“Caro Jones – del mio bisogno di incontrarti“ | Lettere mai spedite

Caro Jones,

Spero che questa lettera ti raggiunga prima di Natale. È difficile fidarsi dei servizi postali in un mondo che sta collassando su se stesso e in un periodo in cui ogni processo ha subito un rallentamento, ogni logica plausibile è sfasciata.

Ho appiccicato velocemente un francobollo a questa busta – che immaginavo rossa ma che per fretta e fatiche quotidiane è invece bianca e banale, con quella pellicola trasparente e plasticosa sulla parte riservata al nome e all’indirizzo del destinatario. Insomma una porcheria, niente di più lontano dal romanticismo e dalla poesia che siamo noi. Ma in fondo nella nostra concretezza, ruvidi come potremmo ancora essere, siamo più simili a questa busta che a quegli orpelli di fine Ottocento e ai fiocchetti e alla ceralacca che, in un viaggio all’incontrario, ci servirebbero sicuramente. Come quella spiaggia dell’isola di primavera in cui fummo insieme, fatta di chissà quali granelli artificiali e bellissima solo per la tua presenza, e per le magie che l’acqua fa alle persone quando non è ancora scontata, quando non è ancora estate.

Nelle speranze con cui ti scrivo c’è tuttavia molta confusione; una confusione turbolenta che mi costringe all’urgenza: all’urgenza di fare la persona pratica, all’urgenza di scrivere proprio a te, all’urgenza di far partire un disco a cui non sono affezionata con la puntina rotta di questa cassa fonica che lo righi e che lo renda inutile. Inutile come gli sforzi di quei russi che in Italia cercano di farsi capire dai marchigiani. In questo senso, in questo caso, la grandezza del mondo mi atterra. Largo il mondo, anche se pare non ci sia più posto per tutti i “nessuno”, e larghissime, incommensurabili e profonde le sue contraddizioni, i suoi cortocircuiti, i suoi problemi. Buchi grossi come fosse e speranze larghe come pori: oggi è così che vedo questa maltrattata superficie terrestre, tutta perforata e senza ossigeno a sufficienza – e in questi tempi la tristezza è una cosa seria, la tristezza deve essere una cosa seria. La tristezza ch’è tutta mia, di quelli e di quelle come me, che non sono mai tristi, che purificano la bile e la fermano appena prima della gola, la fanno sciogliere come in soda caustica e la innocuizzano – si può dire innocuizzare? Non mi piace, ma mi serve.

Caro Jones, questa lettera piena di nodi e di nervi è per te. Perché non sento la tua voce tutti i giorni, ma immagino lo spazio largo tra il tuo braccio e la tua gabbia toracica. Lo spazio dove accogli la tua compagna di vita, i tuoi accordi, le mie canzoni preferite e, nei giorni in cui la fortuna bacia proprio noi, anche me. Per un bacio verissimo e salatissimo, fatto di tutte quelle cose che Pino Daniele ha scritto semplici semplici nelle sue notti più vere, per un bacio di cui ho bisogno sulle nocche e sulla fronte, che mi ricordi che è vero anche il tuo dolore sacro quant’è vero il tuo mare così calmo e sicuro, che non ha bisogno di scuse e non conosce le lamentele.

E nei capillari che immagino scoppiarsi sui tuoi polpastrelli, proprio nella fessura che li separa dai tasti a cui ti sei unito per sempre, vorrei stare io. Perché la vicino non c’è paura che la terra tremi, perché la terra trema di sicuro, perché è certo che il suo intestino scapricci e voglia eruttare, perché tutte le energie si sprigionano con un’esplosione, quando incontenibili.

Il mio bisogno di te, caro Jones, è bambino, come leggi nelle mie parole. Ho bisogno di arrotolarmi in una coperta, di mettere via la giornata e i suoi impegni e di aprire con te le scatole dei ricordi, rileggere i diari, entrare nel tempo, entrare nella pazienza che tu conosci a memoria come una preghiera – che sono anni che lentamente t’affretti – e non preoccuparmi che domani sia un giorno in cui sbarrare le imposte e ricacciare indietro il sole, ma pensare che domani le tue canzoni saranno le farfalle sbucate con occhi vispi da questi tagli aperti.

In un treno che non funziona bene arriverei alla tua porta con più fatiche di questa lettera che ti cerca nella folla, questa lettera che è tutto il tempo che ho impiegato per scriverla e tutti i cambiamenti che, scrivendo, ho apportato alle mie subordinate e alla mia punteggiatura. E questa è una faticosa e nervosa lettera di mani disorientate e stanche, spolpate d’energia e aperte solo per la tua bella faccia barbosa che risponde ai miei infantili perché e per come.

In questa pagina scarica che mai come adesso saluta da lontano un Natale visitabile solo guardando una vetrina, ci sono delle note segnate in fondo, una specie di risposta a quel tuo pentagramma fitto che non so più leggere ma in cui ti ho riconosciuto subito, perché dicevi «Life is beautiful».