“Caro ricordo di una notte d’inizio estate, ai soli tuoi occhi invincibili” | Lettere mai spedite

Caro ricordo di una notte d’inizio estate,

oggi ti chiamo così perché le mie memorie ti contengono e hanno un po’ di spazio anche per tutti i dettagli che ti riguardano. Oggi, per esempio, ho scelto senza accorgermene di ricordarti sotto più luci, le mie migliori e lusinghiere, ma anche quelle meno gentili e più meschine; per parlare di te comincio da questa pagina e creo macchie su macchie finché, sovrapposte l’una all’altra, creano una sagoma disomogenea che ti somiglia, che è la tua più vera essenza perché contiene tutte le cose che sei stato e non solo quelle che sei stato per me.

Era un altro anno pari quello in cui ti ho chiesto in prestito quella commedia di Shakespeare che né io né tu avevamo mai letto, e che forse stava nella tua libreria per puro caso, comprata da qualche parte in mercatini che vendevano libri tradotti in italiano. Tu compravi sempre di tutto, senza bussola o parsimonia, ma con tutta la convinzione di cui avevi bisogno per comprare. Erano tutte cose indispensabili e assolutamente inutili, destinate ad essere dimenticate negli angoli delle tue cinque case in giro per l’Europa, custodite dalla benevolenza e dalla pazienza di chi ti ha sempre voluto bene abbastanza per rispettare le tue distrazioni. 

Mi chiedo se a quella commedia di Shakespeare – che non è arrivata forse neppure a pagina dieci – stesse bene sentirsi insufficiente. Io ci avevo provato davvero a leggerla, per ben due giorni di fila: lo facevo per curare l’ansia e la tristezza mantenendo un contatto sincero con qualcosa che appartenesse a te, ma più leggevo più riscoprivo una pena dilaniante nel sentire la mancanza di chi ti ronza intorno tutti i giorni. Anche quand’ero un’adolescente trovavo inconcepibile e inutilmente dolorosa l’idea d’essere soli insieme. Non avevo capito niente, ma era giusto così, andava bene che io non capissi niente, e poi ero malata e il minimo che potessi concedermi era di essere molto pessimista.

Oggi scrivo a te per non correre il rischio di sentirmi frustrata nello spendere parole dirigendole verso chi non c’è più, perché lo possiamo ammettere che tu non sei più tu, non sei quello che sei stato a tutti i gate e davanti a tutte le linee gialle della nostra storia. Non lo dico perché ci siano colpe nel cambiare, d’altro conto anche noi non eravamo più quelli che eravamo stati e ora non siamo più nemmeno valide ragioni l’uno per l’altra. Te lo ricordi? Te lo dicevo sempre: non c’è niente di male nello stare insieme per motivi diversi da quelli per cui ci si scelse al giorno zero, ma si può restare insieme per motivi validi.

Insomma, nel tuo angolo verde di questo universo stai pensando che un po’ te lo aspettavi che ti avrei scritto per sempre, perché anche se adesso ti distrae la primavera ti ricorderai anche tu che ci sono stati tempi in cui la primavera ero io, e noi la migliore versione della nostra stagione preferita; e di quei tempi ti ricorderai la gioia scalciante del volersi bene incondizionatamente, amandosi forte e veloce, ma anche a lungo e bene scavando l’uno nell’altro una fossa profonda, un buco in pieno petto attraverso cui altri passano cercando di stiracchiare le braccia fino ai bordi, quel posto nel cuore che – romanticamente – non può essere riempito. Che poi romantica io lo sono in maniera pessima, ma anche in maniera sincera, e quasi sempre solo se si tratta di te. Perché ora si tratta di te e non di te che sei andato anzi che restare, e nemmeno di quel sogno in cui restavi anzi che partire, ma proprio di te che sul finire hai sbagliato tutto. E io sto qui, mentre non conto più i giorni, e mi chiedo ogni tanto di sera se il tuo è stato un omicidio colposo, un reato doloso, uno spettacolo di coniglieria, oppure una semplice distrazione. Insomma tu ti sei distratto e io me ne sono andata.

Forse, amore mio, non eravamo sbagliati e neppure sbagliate le nostre azioni. Forse, amore mio, eravamo solo giovani. E ci sono stati i tempi in cui si poteva riavvolgere il nastro ma abbiamo avuto fame d’altro, e ci sono stati tempi in cui non hai fatto niente e hai maturato uno sguardo diverso che ora io non conosco. Uno sguardo che ci ha fatti perdere senza sparatorie, senza atti di coraggio, con il solo ultimo mio gesto da kamikaze. Con quel coraggio pieno di tremori, che da un aereo preso in una città in cui pioveva mi ha fatta atterrare nella tua terra che di piogge è sempre stata piena. E poi quell’ultima volta che t’ho visto, che eri la cosa più bella che avessi mai guardato ed io la più contraddittoria delle persone, che ti franavo addosso con la sola promessa che nessuno ti avrebbe amato mai come me in questa vita.

E quel tuo stare fermo anche da cosa più bella, ad essere incapace di fare le cose e incapace di cambiarle. Eppure, in fin dei conti, è anche il tuo un modo di stare al mondo.

Ma per liberarmi dai sogni che ti riguardano oggi ammetto che non solo ci sono cose che ho fatto solo per i tuoi occhi, ma anche cose che faccio ancora grazie ai tuoi occhi. Ci sono ancora stagioni finite di cui scrivo con la pazienza che mi hai insegnato, ci sono lune che rigiro e giornate che miglioro, e un’amorevolezza schietta e senza peli che metto nei confronti con le persone e nel desiderio di far crescere le piante.

E chissà, dal mio angolo di mondo, quante cose vedresti di me diverse. E chissà se tu mi pensi intensamente quanto io ti penso di recente. E chissà se è concesso ammettere, per un bene come quello che ti devo, che anche se è passato un altro anno, quante volte avrei voluto dirti “torna a casa che ti sto aspettando”. E chissà poi se il tempo che ha curato un giorno farà il giro al contrario e ti porterà in queste strade, dove ti ho abbracciato forte, e mi concederà di riabbracciarti più forte. E chissà infine se, con i nostri errori e le nostre cose fatte male da persone giovani, abbiamo coraggiosamente creduto al destino o semplicemente ceduto alla noia. 

Tua,
Nata in un giorno fortunato

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