Caro sogno che risogno | Lettere mai spedite

Caro inespresso, represso, passeggiante disattento, malpensante e mai colpevole.

Caro primo sguardo, aprifila di molti ammacchi, ricordo e sogno ricordato, incomprensibile e statico, sempre spaventato.

Caro incerto e scontornato sogno che risogno.

In un momento in cui  sapevamo di stare, nella lontananza come nostra condizione naturale, ti scrivo per farti saltare un altro battito e perché sia sempre bellissimo immaginarmi in un presente molto più crudo che crudele, in cui sai per certo che non ci rincontreremo mai a metà di queste ferraglie pesanti che son diventati i binari.

Infilo le parole in questo caos e negli anni che ci dividono, pensando a come saremo quando saremo vicini – sempre in un sogno, ovviamente, in una vita parallela in cui questa lettera è incoraggiata ad arrivarti grazie a un indirizzo preciso e a un codice di avviamento postale corretto, una vita parallela in cui non siamo per forza asincroni o legati ad altri, ma siamo liberi. Liberi anche solo di essere meno affascinati degli altri da una città crudele, liberi di essere infelici di salire sul tram numero 9, liberi di voler credere nei nostri progetti ingenui e puri, scritti nello slancio vitale più spontaneo che c’è. Liberi poi di mangiare più di un panino che sembra cartone nel re dei fast food, e magari liberi di mangiare noi stessi, lasciando libere le mani.

Se un giorno faremo l’amore saremo ridicoli come quelli che hanno voluto farlo insieme da sempre e che pensavano di  doverlo desiderare per sempre. E allora noi, che avremo smesso di desiderarci e avremo cominciato a prenderci, con un pezzo alla volta dei nostri vestiti che si srotolano ai piedi di chissà che letto scomodo, ci guarderemo come volessimo ridere e ci riserveremo la cortesia di non farlo. 

Praticamente increduli di fronte alla disarmante banalità delle cose che accadono dopo essere state infinitamente immaginate, ci abbracceremo come tutte le volte che ce lo eravamo sognato oppure come tutte le volte che avevamo cominciato a farlo nella folla silenziosa di un cinema

Poeticamente rossi come le poltrone di quella saletta tra Moscova e qualche altra fermata della metro che non ricordo, ci sentiremo dire dalla voce della nostra coscienza che, tutto sommato, abbiamo fatto bene. Non ci potremo spegnere in un amore malfatto, e per questo ci riproveremo per tutta la giornata che avremo davanti.

Infatti ci immagino così: a tentarci e a tentare, in pieno giorno, in un pomeriggio grigio come i ricordi che abbiamo delle nostre domeniche a Milano, su e giù da Porta Ticinese, dentro e fuori dai brutti pub frequentati da tutti. Grigi pure noi, come grigio sei tu in quello che resta delle due tre cose che ho racimolato nella mia memoria ormai bella che ossidata.

E grigio è anche tutto il cielo che ti ricordi bene e che io avevo provato a cambiare in altro colore, concentrandomi sulle due o tre cose che amavo della città di Confindustria: gli spazi verdi nei tuoi occhi che sono ancora i tuoi occhi del tutto e ragione sufficiente per respirare, e la pratica curiosa che era diventato il tuo modo di esserci, infilando le dita nei miei orecchini a cerchio.

E siamo ancora grigi, per sempre e più delle altre cose, perché oggi come la prima volta non siamo affatto una possibilità ma siamo un sogno risognato e bellissimo.