Coming out VS. outing: dalle parole che sono importanti all’empatia che serve a comprendere

Per parlare di alcune cose, bisogna passarci attraverso. 

Riassumerei così una buona parte delle ammonizioni che vorrei fare alle persone che ho intorno quando, davanti ai miei occhi, compiono azioni senza la guida dell’empatia e senza un soffio di rispetto.

Io che sono nata con la penna in mano, per esempio, ho sempre scritto della mia vita ispirandomi a tutte le cose che mi capitavano, a tutte le cose di cui facevo esperienza e che muovevano la mia pancia e le mie emozioni, che magari mi svegliavano da un sonno o mi facevano cambiare idea su fatti che davo per certi. Ho scritto di tutto, anche di banalità, anche banalmente. Ho preso in mano gli eventi e i sentimenti, li ho fatti ripassare in bocca e poi nello stomaco e mi sono rovesciata sulla carta con spontaneità, ma passando attraverso una digestione dei fatti, magari persino attraverso una distorsione degli stessi. 

Il mio professore di scrittura parla di “verità storica” e “dieta”, entrambe fondamentali nella riflessione del narratore; la prima può essere raggirata a favore della nostra versione migliore della storia, può essere oltrepassata o inquadrata solo attraverso le sue sfumature, può essere addirittura solo un punto di partenza per la narrazione stessa che modificherà definitivamente i colori e le intenzioni dei fatti accaduti, questo è un privilegio degli scrittori e una tecnica delicata e pericolosa anche per un ottimo narratore. La seconda parola, “dieta”, è necessaria a mettere via parte di ricordi e sensazioni che possono essere raccontati attraverso immagini e avvenimenti, serve ad evitare di trascendere nella leziosità e di assecondare quell’istinto a fare “riscaldamento” e “stratching” nella prima fase della scrittura. 

Sto mettendo in saccoccia una buona parte di questi insegnamenti, ma so di aver già preso a sberle la storia, rendendola migliore o rendendola più simile al mio mondo interiore, ho scritto spesso della mia esperienza o della mia percezione dell’esperienza, ho modificato nomi e tempi delle cose, nel farlo mi sono sentita autorizzata dall’essere protagonista dei racconti che scrivevo. 

Ma qual è il limite di questa pratica? La puntata “Arte e Vita” della serie Easy, originale Netflix, prova a entrare nella complessità del problema raccontando la storia di uno scrittore che si ispira dichiaratamente alla sua vita privata, trasformando in contenuti per le sue graphic novel vicende che coinvolgono altre persone alle quali si riferisce senza pseudonimi e, evidentemente, senza empatia. Se volete sapere come si srotola la faccenda, vi consiglio di guardare la puntata e di cominciare a farvi un opinione sui limiti della questione quando passa attraverso l’arte o la penna di qualcunǝ.

Non so come questa lunga introduzione possa aiutarvi a comprendere il messaggio di questo articolo, ma vi ho lasciato spiare nei collegamenti che la mia mente fa liberamente tra le cose che leggo, che ascolto, delle quali sono spettatrice o attrice. 

Il tema di questo articolo è la differenza tra “coming out” e “outing”. Sapete di cosa si tratta? Vi è capitato di usare queste due espressioni? 

Io ho incontrato per prima la parola “outing” sulla mia strada, ero abbastanza piccola e forse l’ho addirittura rubata casualmente da uno dei discorsi tra i miei genitori e i loro amici. Si parlava di coppie omosessuali e di come le stesse non avessero il diritto di unirsi ed essere riconosciute – sarà stato il 2006.

Per un sacco di tempo le due espressioni sono state interscambiabili nel mio cervello, perché sentivo altre persone usarle indistintamente per riferirsi a fenomeni diversi, e per un sacco di tempo io stessa non ho pensato di indagare sul perché ci si riferisse con due formule diverse alla stessa cosa. Mi mancava un pezzo fondamentale del puzzle, che oggi si trasformerebbe in un sonoro ammonitore “le parole sono importanti!”. 

Scomodiamo un attimo la Treccani:

Coming out ‹kmi àut› locuz. ingl. [propr. «uscita (coming) allo scoperto (out)»], usata in ital. come s. m. – Dichiarazione pubblica della propria omosessualità (definita impropriam. anche come outing): fare c. outeffetto liberatorio del c. out.

Outing àuti› s. ingl. (propr. «gita, escursione» o anche «uscita»; pl. outings ‹àuti∫›), usato in ital. al masch. – Dichiarazione pubblica con la quale qualcuno svela l’omosessualità di una persona senza il suo consenso; meno propriam. viene usato anche come sinonimo di coming out; in senso estensivo, anche in usi scherz., ammissione pubblica di un fatto privato.

Oggi, con una diversa coscienza politica, dopo aver letto qualche riga in più, ma soprattutto attraverso l’esperienza, potrei riassumere che il coming out è un punto d’arrivo o di partenza fondamentale per chi sta lavorando con la propria identità e con il proprio orientamento per conoscersi e capirsi, mentre l’outing è una violenza

Così, per riassumere brutalmente: quest’ultimo, semplicemente, non si fa

Un altro elemento importante nella comprensione della differenza tra le due espressioni ha a che vedere con la nostra predisposizione e la nostra educazione: per comprendere perché non è ammissibile svelare l’identità di genere o l’oriento sessuale di un’altra persona al suo posto, dovremmo allenarci all’empatia, praticarla e coltivarla con pazienza e autoascolto.

Se per esempio da più piccolǝ il nostro fratello maggiore o la nostra sorella minore avessero rivelato davanti ai nostri genitori che eravamo in pena per qualche brutto voto, se la nostra migliore amica avesse detto a qualcunǝ che eravamo scappati via dalla stanza per un attacco di cagotto, se il professore di Greco dicesse alla classe che la docente di italiano è acida e scostante perché non può avere figli, tutte queste cose starebbero nelle sfumature di violenza sommersa in cui il mondo vive con disinvoltura.

Per parlare delle cose, bisogna passarci attraverso. 

Oggi è impossibile per me pensare che qualcunǝ, in mia presenza o in mia assenza, si senta autorizzatǝ a parlare di un’esperienza che riguarda solo me. Oggi per me è imperdonabile che qualcunǝ non si curi di contare fino a cento prima di riferirsi ad episodi che mi hanno coinvolta emotivamente senza preoccuparsi di quello che sto provando, è inammissibile che la prima mossa istintiva sia rivelare ad altrǝ ciò che qualcunǝ sta attraversando senza farsi prima un giro nei suoi panni, senza tenere conto della storia che ha alle spalle, sempre diversa dalla nostra.

Sono felice di essermi imbattuta in un post di Matteo Cicconetti che ci aiuterebbe a chiudere questa Nota non sofisticata con qualche consiglio per l’uso applicabile secondo me a moltissime situazioni che “richiedono” ancora un coming out.

Perché il concetto, in sostanza è: sospendi il giudizio, sii empatico, mettiti in ascolto dell’altrǝ senza far arrivare la tua curiosità prima delle sue emozioni, non pensare che la violenza vera sarebbe solo manifestare odio per la persona in questione ma interiorizza il fatto che è violento anche parlarne con altrǝ al suo posto, e, ovviamente, non feticizzare.

Non tuttǝ siamo ancora capaci di essere validǝ alleatǝ, ma in fondo se non siamo prontǝ a scendere in piazza a manifestare e non siamo certǝ di avere gli strumenti per affrontare la battaglia non dobbiamo farlo necessariamente subito. Cominciamo per esempio a ribellarci se siamo a cena con 8 persone e qualcunǝ fa una battuta omofoba o, nello spirito di rivelare un gossip, fa in realtà outing.

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