Del perché la felicità non è una cosa semplice | Note non sofisticate

La felicità dovrebbe essere una cosa semplice. Potrebbe funzionare in maniera elementare, come il giorno di Natale per chi può scartare in un lettone i regali che ha chiesto, o come svegliarsi dopo l’inverno allo scoccare del primo sole davvero caldo e pensare “che bella giornata!”, oppure come poter bere una tisana calda dopo aver camminato tanti chilometri, o ancora come mettersi in viaggio verso dove non si è mai stati. Potrebbe funzionare in maniera elementare, come quella volta che avevo paura dell’esame di storia romana e poi ho preso 30 con anche la fortuna dalla mia, oppure come quando ho acceso la luce il giorno del mio compleanno e ho sentito “sorpresa!”.

La felicità potrebbe essere una cosa semplice se non ci fossero tutte le fatiche del mondo per arrivarci. La felicità che da piccoli si snocciolava in episodi estemporanei e richieste soddisfatte o capricci accontentati, malumori risolti in zuccheri confezionati e in “facciamo una torta insieme”, da grandi è un lavoro full-time su se stessi e sui propri confini nei rapporti con gli altri. Un lavoro ben pagato, s’intende, ma comunque un lavoro.

Se certe felicità si innescano in pochi secondi, la felicità che ossessiona gli esseri umani è invece un cammino i cui tramonti di passaggio non si esauriscono con la sera. Diciamo che la felicità è una cosa complessa e articolata fatta di “ma dove sei? Eri qua un attimo fa” e di “come si riacchiappano tra loro le giunture del terreno che m’è crollato da sotto i piedi?”.

Me lo ricordo bene cosa si prova pensando “è finito l’idillio” e l’insensatezza di tutti i pensieri balordi arrivati subito dopo, e mi ricordo pure che in quello sfiacchente cammino verso la consapevolezza c’è stato tanto piangere. Che poi, standoci a pensare, molti direbbero che piangere fa benissimo, che aprire i rubinetti vuol dire liberare la pressione che contrae il cuore e finalmente rilassarlo. Invece, visto che la felicità è una cosa complicata proprio perché passa attraverso un’altra cosa complicata, che è appunto la consapevolezza, vi dirò che ci sono pianti che non rilasciano un bel niente di buono e che non rilassano nessun muscolo.

Ho pianto della più acida disperazione e con singhiozzi incessanti, corrosivi per gola, tempie, occhi e soprattutto per lo spirito, scarico e in pezzi dopo le moltissime mattine in cui l’ansia arrivava strozzando il sonno. Ecco, forse la consapevolezza è questa nuova capacità di mettere le cose al loro posto senza un’etichetta sempre uguale ma con tutte le indicazioni per trattare con cura e senza spavalderia qualsiasi fragilità possa capitarmi a tiro. Non proprio delle istruzioni per l’uso o un manuale dettagliato e inutile, piuttosto un campanello che suona per attivare il cervello tutte le volte che manca la fame e il sonno è compromesso.

La felicità potrebbe essere una cosa semplice se non fosse che ci insegnano a immaginarla come un punto d’arrivo che sta altissimo sopra tutte le cime di questo mondo, se ci aiutassero piuttosto a imparare che è quella sensazione buona che senti mentre vivi come vorresti, circondato dalle ricchezze che hai costruito, che sono molto meno di un impegno full-time, che sono invece uno spontaneo – ripetutamente – costruire.

E la felicità è poi la ricerca dei regali da scartare e far scartare, la scelta della carta da imballaggio e il cordocino a cui appendere un cartellino con il nome che rima proprio con quel dono. E la felicità è poi la fatica che l’inverno ha fatto per farci godere la primavera e le nostre scampagnate sui colli e nei giardini in città, la camminata stancante che per chilometri ci ha riempito di dubbi che potevamo risolvere con la curiosità e non con la spasmodica ossessione delle risposte – ma chi se ne frega di avere poi tutte queste risposte, io voglio più domande! La felicità è forse l’ottava ora di studio che scatta per preparare l’esame di storia romana, la bibliotecaria che mi dice che stanno chiudendo e la sensazione che sto facendo tutto quello che posso per avere meno paura possibile davanti al prof – che si scherza poco con le date e le battaglie importanti. La felicità era ed è ancora quella rete di persone tutte presenti dietro le candeline e davanti mentre le spengo, e la sensazione di non poter sapere cosa ho fatto di buono per vederle là tutte insieme e per meritarmene l’affetto.

La felicità, nella corsa contro il tempo del non perdersi niente di questa vita, è tutte le cose che faccio solo perché mi va e tutte quelle che so di potere ancora inserire nella mia lista dei desideri, è la sicurezza di non aver assolutamente capito tutto di tutto ma di avere voglia di continuare a imparare cose di me. Siamo esseri dinamici che potrebbero dimenticare di svuotare la lavatrice ancora molte volte pure da adulti responsabili e ci potrebbe capitare ancora di entrare nel panico davanti a qualche semplice calcolo matematico da fare a mente. Per questo non amo dire che mi conosco ma che mi sto conoscendo e che conosco moltissime versioni e fasi di me, che non so assolutamente niente di quanto mi taglierò corti i capelli domattina e di quante altre esperienze cambieranno ancora una volta la mia opinione sulle cose.

“Non ho mai” è un gioco simpatico che sostituisco a tutti i “non farò mai”. Cosa ne so di cosa mi piacerà quando le mie papille gustative saranno cambiate? Come mi sentirò quando arriverà la menopausa?

Dagli incasinatissimi pochi metri quadri della cameretta in cui ho consumato male la mia adolescenza ora sono arrivata in una stanza piena della luce di un secondo piano, in cui non mi sento in pace come vorrei se non vedo l’edera che sbuca dalla bottiglia, gli anfibi ai piedi della scrivania, se non posso godermi un ordine personale e un buon incenso rubato dai cimeli di un viaggio altrui in Indonesia.

Quando facevo la seconda media un compagno di classe che aveva una masseria di famiglia mi aveva convinta che nel gorgonzola ci fosse il prezzemolo mescolato ai vermi. Se prima non avrei guardato quel formaggio neanche da lontano, ora non mi verrebbe mai il voltastomaco ad ordinare una pizza salsiccia e gorgonzola – anzi, ecco cosa faccio stasera!

E cambiare idea non è solo il risultato dell’avere più informazioni autorevoli sulle cose, ma a volte semplicemente essere diversi e toccare con mani nuove il mondo. A volte cambiare idea è oltre che un sacro diritto anche un utile esercizio che non ci ruba alla coerenza ma ci perdona la necessità del tempo per imparare ad amarci.

Se solo io sapessi dire quanto precisamente la felicità non è una cosa semplice avrei sicuramente creato una depressione nello scaffale di qualche libreria, schiacciata dalle ingombranti soluzioni cotte e mangiate di tutti i miti della felicità fai da te, dell’autoaiuto per uscire da una relazione finita male,  delle 12 frasi da ripeterti quando accarezzi l’idea del suicidio.

Insomma, per farla breve, per far diventare la felicità una cosa semplice ho provato a lasciarmi andare a quel percorso pieno di soddisfazioni che è la scoperta di me stessa, lavorando con pazienza e fiducia sui miei limiti, prendendomi cura di me stessa senza chiedere a tutti di salvarmi la vita – perché sentirsi salvati fa schifo ma salvarsi con l’aiuto di quella sconosciuta forza della natura che stava in me potrebbe essere un’avventura da raccontare ai nipoti (i figli di mia sorella, spero). E’ molto bello riconoscersi negli altri, aprire al confronto tutte le nostre stagionate rigidità, ma per arrivare al caffè con gli amici mi sono prima allenata a capire cosa ci fosse di speciale nella compagnia di me stessa. E quante volte mi sono sentita dispari? Milioni. E quante volte mi sono sentita zoppa? Ancora di più. Finché mi sono abbracciata chiedendomi scusa per tutto il male che mi sono fatta e sono arrivata a bussare alla porta giusta, quella dell’unica persona che facendo il suo lavoro poteva mostrarmi dove stavano – ben nascoste – le mie ali.

A volte ho pensato che fare la cosa razionalmente più adeguata al mio spirito fosse la soluzione per rendere semplice la felicità, ma ripeto: la felicità è una cosa complessa e io non sono una creatura statica. Insomma, che ne so se c’è qualcosa di adeguato assolutamente e per sempre al mio spirito? E devo ancora passare nelle difficoltà, nelle incomprensioni, nello sbattere la fronte contro il banalissimo romantico tocco della scintilla a dispetto di ogni previsione. Devo ancora comprare le patatine non adatte alla cottura in forno e accorgermene solo quando ho acceso il forno. Devo ancora capire che davanti a certe cose non posso fare niente e davanti ad altre posso riconoscere la mia inadeguatezza, smettendola di costringere i miei piedi in scarpe numero 37. E non mi sognerei nemmeno più di mangiare un brodo con la forchetta o di confondere l’io col noi, o di dire sempre e per forza tutto, pure le cose inutili.

Insomma, per fare della felicità una cosa semplice, sto cercando di accettare che sia una cosa difficilissima ma a portata di mano tutte le volte che riesco ad essermi fedele e a difendere i miei confini – alcuni draghi che minacciano non sono cattivi, altri sì, ma io fabbrico ogni giorno strumenti nuovi per saperli distinguere, e non è facile nemmeno questo ma serve sempre.

E così vi lascio, per curare qualche tristezza e per darvi la spinta dentro qualche nuova avventura, per ricordare che l’equilibrio è una cosa seria e che amarsi è importante:

Ma se tu, fin da principio accetti te
come persona intera, senza incrinazioni o ammacchi,
se tu accetti di guardare con occhi franchi
il mondo, le voglie, i raggiri, l’eternità,
vedrai, ti cambierà la vita fra le mani,
e la tua testa camminerà da sola e ti sembrerà
strano e bello e forse pauroso, ma la mortificazione
l’avrai pestata come la serpe di tutte le vergogne
e i dolori ti sembreranno più veri, più radiosi.

Dacia Maraini
Felicità Note non sofisticate Comò mag.

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