Niside, la tua bellezza è pericolosa | 27 Dicembre

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Lisbona, 27 Dicembre

Cara Niside,

ho letto la tua lettera e deliberatamente deciso di risponderti in ritardo. A volte credo sia meglio farsi prendere dagli impegni quotidiani, e non rimanere troppo fermi sulla polverosa scrittura di riflessione, sulle corrispondenze senza tempo, sugli affari del cuore che si conciliano sempre molto male con la praticità che la vita e il lavoro richiedono puntualmente.

Mi rendo conto che è scioccante la tua follia- come ogni follia che si rispetti. Pensi sempre che nel chiacchiericcio si senta il tuo silenzio e in una stanza piena di gente che balla, tu sia la sola a non confondersi.

In verità spesso mi dispiace tu pensi di me tanto di negativo, ma è nel tuo rannicchiarti che diventi un germoglio, un bocciolo, e io ti accarezzo, ti consolo, ti copro col sole, ti colmo di baci. Per più di un attimo sei quanto di più bello mi sembra di aver visto a Napoli, e la tua cocente bellezza è disorientante e pericolosa; come pochissime altre persone saresti capace di cacciarmi via e poi venirmi a cercare, di urlare ciliegie pur volendo fragole. Ti ricordi di questo paragone? Lo aveva fatto Ambra proprio parlando di te, ma era autunno ed eravamo a pochi passi dai blocchi di partenza della nostra storia, non ci feci caso per davvero. Ma non temere, adesso ne sono perfettamente cosciente.

Sei curiosa, un temibile incanto.

Quel giorno sono stato maldestro come sempre, e ho fatto una figuraccia cercando di fare colpo sulla ragazza dai capelli rossi.. sì, perché provando farmi scivolare “casualmente” qualcosa accanto ai suoi piedi ho accusato la frenata del treno e sono caduto in avanti; lei si è coperta la bocca con una mano, sono certo lì sotto stesse ridendo un po’ imbarazzata per me.

–  “Vuole una mano?”
–  “Se è la sua, volentieri.”

Si chiamava Irma, in viaggio verso la Francia per prendersi gli usuali due pizzicotti di una zia che viveva a Molhouse e abbuffarsi di quei dolci dalla forma allungata fatti di pasta choux.

–  “Leggi?”
–  “Solo scrittori francesi”
–  “Le rouge et le noir?”
–  “Colette, perché la belle epoque era un periodo sciaguratamente ridicolo. Tragicomico.”

Mi sono sentito tremendamente solo. Mi sono immerso per un intensissimo attimo in quelle pagine, ricordando una scena. Cherì torna da Lèa, fanno l’amore, consumano una notte e una colazione insieme e tutto finisce – chiaro a tutti che potesse solo finire in quel preciso momento – quando lei gli chiede “gradisci un’altra fetta biscottata?”. E lui sa che è finita, lei se n’è appena accorta; allora, dopo numerose parole e molte lacrime trattenute, lei dice “vorrei tornare al preciso momento in cui ti ho chiesto se volevi un’altra fetta biscottata”.

 

La fine è un argomento difficile, il dolore un argomento consumato. Ma quella fine lì, è la mia fine più dolorosa. D’altronde, ogni inizio parte in quel preciso istante… e fu così anche per me e Irma. Le chiesi se le andava di rivederci molte volte, e lei accettò, a condizione di stare lontani dagli sbalzi climatici, diceva che la sua pelle era come pasta sfoglia, e risentiva di ogni cambiamento di temperatura.

Lì per lì pensai soltanto che l’avrei portata in un caffè pieno di cornici senza dipinti, in qualsiasi luogo chiuso, o al mare, per guarire. Poi ho capito che era stata per davvero colpita da qualche strana malattia, ma più la vedevo, più adoravo sentirla parlare de “le rose di Saadi” – una poesia che amava e che recitava una volta al giorno appena sveglia come una preghiera – più mi trattenevo in qualsiasi posto lei volesse o dovesse andare, più le volevo bene, più speravo che il suo male non le portasse via le lentiggini. Che se solo avessi saputo di cosa soffriva mi sarei strofinato addosso al suo malanno, lo avrei voluto sulla mia pelle, per dividerlo con lei in ogni attimo.

Passarono molte stagioni, fummo i protagonisti di tutte le storie che avevamo sognato.. e purtroppo anche degli scenari peggiori. Un giorno si è chiuso il sipario, e io ho molto pianto, anche dietro le quinte.

Ma tu, cosa ne sai delle lacrime?

Tu urli e sbatti per terra i piedi, con i tuoi pugni chiusi e le labbra arricciate. E io ti accarezzo, ti consolo, ti copro col sole, ti colmo di baci, ti faccio scivolare, ti guardo accasciarti, imploro la tua fine. Ma tu non finisci mai.

“Stamattina volevo portarti delle rose;
ma ne ho messe così tante nel mio corsetto
che i lacci troppo stretti non hanno potuto trattenerle.

I nastri sono saltati. Le rose sono volate via
nel vento, verso il mare sono tutte andate.
Hanno seguito la corrente per non ritornare più;

l’onda appariva rossa, come se fosse in fiamme.
Stasera, il mio vestito ne conserva ancora il profumo…
Respirane su di me il profumato ricordo.”
¹

 

 

¹ “Le rose di Saadi” Marceline Desbordes-Valmore

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