Ma Loute | Corto Breviario di Film Inutili

Istruzioni per l’uso

Non avrai altra occupazione al di fuori del cinema

Non nominare Tommy Wiseau invano

Ricordati di accreditarti ai festival

Onora il long take e il montaggio sovietico

Non condividere meme su Gatsby

Non guardare TUTTI gli originali Netflix

Non dire che Parasite è il miglior film della storia

Non desiderare la macchina sparapopcorn d’altri

Non desiderare la Robbie d’altri

Il film inutile del giorno

Salmo del giorno
Ma Loute

Dalla inconseguente inconsequenzialità del profeta
Bruno Dumont

Donatovi dalla mentecatta magnanimità di
3B Productions e Memento Films

Con la connivente compartecipazione di Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent, Brandon Lavieville, Raph, Didier Després, e altri circensi canzonatori assisi alla sinistra dei censori del buonsenso

Recante il sigillo di approvazione della gilda giullaresca de
Festival di Cannes 2016

Miracolo avvenuto nell’eretico eremitaggio di Francia

[Scritte in piccolissimo per sfuggire alla presbiopia presbiteriana del padre, della madre, e di chiunque facesse un po’ il filisteo]

La funzione durerà 122 minuti. Prima di accostarvi all’Immagine Inutile, lavatevi i piedi per venti secondi consecutivi, spazzolate finemente le gengive, e sturatevi bene le orecchie. Scaccolatevi, se nessuno vi vede.“Il glicine! E’ cresciuto di due metri almeno. – Tutt

Ma Loute

Frase responsoriale

“Il glicine! È cresciuto di due metri almeno. – Tutto aumenta André, tutto aumenta”

Fedeli!
Che cos’hanno in comune la Vergine Maria, cannibali asessuati, nobili incestuosi, e grassi poliziotti che emettono il suono di una trombetta ogni passo che fanno? La risposta, dice il libro, è Bruno Dumont. Il francese Dumont nasce nel Nord del paese dell’amore, e vogliamo che sia lui, oggi, a tenere a battesimo il primo capitolo del Corto Breviario di Film Inutili. Perché Dumont, come tutti noi, fratelli e sorelle, è un convertito. Un regista pellegrino, che ha accolto la chiamata sulla via di Damasco ed è passato dal girare pellicole minimaliste e intellettuali all’escogitare sguinzagliati labirinti di visionaria immaginazione dove ogni stranezza appare così naturale da risultare scontata. Insomma, la storia di Bruno è che un giorno, proprio come il Cappellaio di Alice, ha perso la testa. E ha fatto crociata del farci uscire “pupazzi da legare”.

Avete capito bene: qui c’è da uscirne matti. Ma procediamo con religioso ordine. Ma Loute apre come un thriller, giallo investigativo nella più salda tradizione anglosassone. Nella zona costiera di Slack Bay, Eden marittimo affacciato sulla Manica, popolato dagli abitanti di un miserabile, sparuto villaggio di pescatori, avvengono fatti misteriosi. Scompaiono persone, per la precisione borghesi cittadini provenienti da un particolare distretto confinante. La coppia di investigatori Machin e Malfoy – che più che di Sherlock e Watson sembrano gli eredi di Stanlio e Ollio – sono inviati sul luogo per far luce sugli infausti avvenimenti. Nello stesso momento, i nobili Van Peteghem convergono sul castello di famiglia, umile casa vacanze che domina la costa di Slack Bay. E poi niente, o mio popolo, o spegnete il film, o spegnete il cervello.

Ma Loute | Corto Breviario di Film Inutili

Perché, come il titolo di questo Breviario promette, Ma Loute (che in italiano vuol più o meno dire “mia cara”) è un film inutile. Dumont, che ne è anche sceneggiatore, impila scriteriatamente stranezze da circo, interventi sovrannaturali, e recitazione stilizzatissima, non curandosi di ritagliare spiragli di respiro nella trama della fittissima tela di indecifrabili finti simboli e inessenziali dialoghi shakespeariani forgiati nel fuoco del gioco di parole. Il risultato è un placido découpage di eccentricità che si snoda sul ritmo delle idiosincrasie dei personaggi: dalla esclamazioni affettate – ed esageratamente teatrali – del personaggio di Binoche fino alla gestualità divagante di André Van Peteghem, alias Fabrice Luchini. Lo so, fratelli e sorelle, già non vi raccapezzate più. Ma abbiate fede e seguitate a leggere, perché c’è di più.

Sebbene, infatti, Ma Loute si nutra di fantasia e non compia il benché minimo sforzo per seguire le fasi di un percorso narrativo tradizionale, nulla, nel film, è presentato come alieno. Nulla è fatto evadere dalla stringente logica del quotidiano, e il risultato è che, una volta terminata la visione, non sappiamo bene come prenderla. Ci sentiamo spaesati. Giureremmo di aver imparato qualcosa di nuovo, anche se non sappiamo bene trovare le parole per metterlo su carta. Siamo felici; rilassati; ricorderemo per sempre la buffa bombetta dell’enorme commissario Machin, ridicolmente sproporzionata per le dimensioni della sua testa, o lo stile invidiabile dell’uomo-e-donna Billie, interpretato da Raph, attore del quale non è effettivamente possibile recuperare informazioni anagrafiche precise (eresia, fratelli e sorelle, eresia!). Siamo maturati immensamente proprio quando nessuno ci chiedeva di farlo.

Che perdita di tempo, avrebbero detto i vostri canuti antenati. Ma questo film una storia proprio non ce l’aveva, lamenteranno i vostri genitori, che volevano solo riciclare i loro guadagni comprandosi un momento di distrazione dall’obbrobrio della routine quotidiana. Che roba senza senso, la prossima volta scelgo io (e questi sono i vostri partner, irritati per aver ceduto ai vostri gusti cinematografici). E avranno tutti ragione, ed è allora che la vostra fede sarà messa a dura prova. Perché Ma Loute è un film inutile, e, proprio per questo, fratelli e sorelle, tanto più “vero” e necessario, il primo di una lunga serie, che andrò a presentare sperando di rallegrarvi le giornate e rendervi curiosi verso una proposta di cinema diversa dall’imperante storytelling hollywoodiano.

Un cinema che non si cura di scalzare i momenti noiosi dell’esistenza, ma che trova la sua forza nella loro glorificazione. Un cinema che si autocelebra, e che santifica l’indipendenza intellettuale di una mente pensante. Un cinema che è un po’ democristiano e un po’ martire, in altre parole, santo. E che è un’ancora di salvezza quando tutto, attorno a noi, acquista la chiarezza lancinante dell’effetto “texture” nei programmi di editing fotografico.

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