Mangiamo ciò che siamo.

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Una tavola fastosamente imbandita sulla quale figurano, come una composizione ordinata, alimenti, ingredienti, frutta, fiori, ma anche animali, selvaggina, oltre a numerosi oggetti di uso comune come stoviglie, drappi o strumenti da cucina. La natura morta conosce, a partire dall’esperienza pittorica del XVII secolo, una straordinaria fortuna, dettata forse anche dalla formazione di una nuova classe di committenti. La riforma protestante spazzò via la richiesta di quadri religiosi, diffondendo, perlomeno nei paesi nordici, la presenza, nelle botteghe, di artisti specializzati nel dipingere colazioni e tavole apparecchiate. Oggi, con le esterizzazioni del cibo e il proliferare di food architect, innamorati più delle forme che del sapore, la natura morta è entrata di diritto nella sfera di competenza del design e della quotidianità, e non pochi sono gli utenti di social che si interrogano sulle possibilità espressive di questo genere

RickPoonChe sia grazie forse a Bruno Munari e al suo libretto di “Good design” che la natura morta attraversa una nuova stagione creativa ? Il maestro del design italiano, ci racconta di alcune meraviglie della natura rilette dalla sua mente brillante, spiritosa ed evidentemente geniale parlandoci di un frutto, un’arancia, come fosse un vero e proprio prodotto industriale, senza essere figlio di nessun “progettista ufficiale”. L’arancia, dice, è un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l’assoluta coerenza tra forma, funzione, consumo. Addirittura il colore è esatto: in blu sarebbe sbagliato. Il design nasce sugli alberi e nelle viscere della terra, ci ricorda Munari, ma è un design buono anche perché completa il suo ciclo di vita quando viene consumato. In questo caso: mangiato.

Munari ha sicuramente aperto il dibattito, ma sono i foodies, ovvero gli appassionati di cibo, numero sempre crescente, che, guardando i tanti format televisivi, dalle competizioni come Masterchef alle trasmissioni social-didattiche come i menu di Benedetta, comprando le guide enogastronomiche, soprattutto postano, postano, postano. È attraverso social network, blog e soci che cresce, moltiplicandosi a dismisura, quella gastromania che sembra segnare profondamente la contemporaneità. Ognuno può farsi food star, offrire ricette, filmati, idee, riproponendo i piatti della nonna oppure spingendosi verso luoghi culinari inesplorati, convinto dell’autenticità e dell’eccellenza del proprio operato. Tutto attentamente documentato con istantanee degne di Caravaggio & friends.

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Di food design ormai ne sentiamo parlare sempre più spesso e in pochi ci danno importanza, se non fosse che a esser rielaborato, progettato, pensato e disegnato questa volta è l’oggetto più antico che l’uomo abbia mai prodotto: il cibo. Il cibo diventa così design. Il cibo diventa arte. Scordatevi di Daniel Spoerri e delle sue composizioni apparecchiate e disordinate. Metti una sera a cena in un ristorante, o un informale pic nic, che sia un piatto o un panino, e scatta la foto da postare sui social network. La possibilità di innovare innanzitutto, creando stimolanti cortocircuiti fra l’universo degli oggetti e quello della gastronomia, tra l’universo reale e virtuale, poi l’attenzione per la tecnologia, si traduce non soltanto nel suo utilizzo ma anche nella sua creazione e messa a punto, e infine nell’utopistico compromesso fra estetica e marketing. Il cibo lo conosciamo tutti, tutti lo mangiamo e lo riconosciamo, quindi quale miglior elemento di eyecatching, per appunto catturare attenzione ? È lo strapotere del cibo, che ha ritrovato una nuova centralità: parlarne, studiarlo, degustarlo piace e va di moda. Ma anche il design va di moda. E così si studia la composizione perfetta, dove ogni singolo componente della nuova natura morta, anzi “still life”, è in una posizione precisa, in rapporto con gli altri.

food-evidenzaModa e design però non sempre fanno rima con ossessione. Per alcuni così il cibo diventa un’ossessione, il centro della vita sociale, e tutto quello che comunicano è incentrato si questo argomento. C’è chi prova piacere quasi più nel fotografare il cibo che ha nel piatto per poi condividerlo sui social network, piuttosto che effettivamente mangiarlo. Il cosiddetto foodstagram, ovvero condividere immagini di cibo sui social, è un’attività diffusissima ma quando inizia a diventare l’unica cosa che si fa su internet, allora il sintomo di un problema è evidente. Quando un utente diventa monotematico ed esclude tutte le altre componenti dalla sua condivisione di informazioni, ovvero si focalizza solo sul cibo e trascura ad esempio i luoghi, la compagnia, l’evento, la stagione, declina il fenomeno nel meno sottile Food Porn, pornografia alimentare. E non finisce tutto nel digitale: sempre con le immagini, ma fuori dai social, una tra le ultime mode è tatuarsi il piatto preferito, se non l’insegna del ristorante o del fast food di cui si è clienti. Un’ossessione da cibo insomma, elemento intorno a cui ruota tutta un’esistenza e non più semplice carburante per il corpo o semplice piacere per il palato, ribaltando il concetto di Feuerbach (“siamo ciò che mangiamo”) in “mangiamo ciò che siamo”.

 

Quindi ora la domanda sorge spontanea: ma l’iPhone si mette dalla parte sinistra del piatto insieme alle forchette, o dalla parte destra con coltelli e cucchiai ?

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