Gaia Bellini: «le mie “Sindoni vegetali” sono una battaglia silenziosa per riscoprire quanto c’è di sacro nella natura»

L’arte di Gaia Bellini è arrivata tra le mie mani per caso, capita così con le cose belle. L’estetica delle sue “Sindoni vegetali” si è legata alle mie corde interiori non appena ho cominciato ad approfondire il suo agire poetico e portatore di messaggi incisivi. Gaia porta con delicatezza nell’arte il messaggio della cura, del prendersi cura di ciò che ci sta attorno con lentezza e lo fa declinando la sua pratica prendendosi il tempo di far imprimere sulla tela le ombre di chi è al mondo da prima di noi: le piante. Ombre silenziose che hanno, o avrebbero, molto da insegnarci. Gaia racconta con spontaneità e frasi accorte il suo percorso consapevole di bellezza e generosità.

Ciao Gaia, cosa c’è nel tuo cassetto?

Qua accanto a me non ho comò ma un vecchio baule regalatomi in una sera stellata al cui interno c’era – e c’è ancora – una vecchia macchina da scrivere “per le parole mai dette”. Nel tempo, mi rendo conto ora, si sono stipate in questo spazio tutte le fasi più belle della mia vita. Ci sono due album colmi di fogli di acquerelli di quando dipingevo con Sergio e le sue signore, libri con fiori secchi di terre vicine e lontane tra le pagine, mante tessute a mano dalle donne peruviane, vecchie foto, maschere di legno di animali della foresta equatoriale, una moltitudine infinita di biglietti di viaggio per cielo e per terra, alcune lettere, le cartoline delle mie ultime esposizioni.

Gaia Bellini
Ph. Alessandro Tomasi

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.” Mi vengono in mente le parole di Paul Klee osservando le “Sindoni vegetali”, risultato di un processo di trasformazione della natura, che dobbiamo osservare “a ritroso” e che ci connette con una dimensione di tempo più naturale, appunto, più umana. Come e quando la Natura è entrata nel tuo processo creativo?

Vivo sul Lago di Garda, in collina, e i miei nonni e poi genitori hanno sempre avuto un piccolo pezzo di campagna. Non lo sapevo nemmeno, quando ero piccina, che non fosse normale essere immersi nella natura, dalla cacofonia del canto degli uccellini all’aria buona. Parlando di invisibile, qua il lago riflette di blu tutte le cose, come un’immensa velatura ad acquerello, ed è quello che i miei occhi hanno dentro per nascita: questa bellezza di colori vivi. Poi Sergio – il mio maestro – mi ha insegnato a vederle e far scivolare su un foglio queste velature ma sono intrinseche nell’intuito di chi le vive da bambino. I bambini ci nascono con questa forte creatività per esprimersi, io semplicemente non ho mai smesso di creare e di vivere il mio luogo. Se si ha la fortuna di essere nelle condizioni di farlo, credo sia la cosa più semplice e serena che si possa fare: seguire il flusso assecondando, come più ci fa stare bene, ciò che ci è stato donato. Allo stesso tempo credo che questa traduzione del bello in arte derivi anche dal fatto che in Italia, coltello a doppia lama per gli artisti contemporanei, siamo attorniati da cultura e arti, il che rende più ricco di riferimenti il trasformare i nostri sentimenti in qualcosa di esteticamente bello.

le Sindoni vegetali
Sindoni vegetali. Dittico all’infinito

Pensiamo alla Sindone, ne viene in mente una, sacra, icona religiosa. Poi ci sono le Sindoni, tante, tutte diverse e appartenenti alla natura. Come hai scelto il nome da dare alla tua serie di opere?

È la prima volta che mi fanno questa domanda e sono molto felice di parlarne. Ero appena tornata dall’America Latina, dove si respirava una natura infinita e sovrastante. Superava silenziosamente l’uomo e tutte le sue religioni nozionistiche: era chiara, evidente e concretamente vera. Dalle chiese in legno grezzo, i monti templi della Pachamama alle foreste vergini, era tutto minuziosamente credibile, senza alcun intervento di supremazia umana ma piuttosto di coesione e partecipazione sentimentale. Ci sentiamo padroni per volere divino di un mondo in cui rappresentiamo insignificantemente lo 0,01% di vita, eppure continuiamo a vivere con un’idea di sviluppo basata sulla darwiniana teoria di competizione tra individui anziché apprendere dalla specie dominante, i vegetali, che attuano la cooperazione rendendo effettivo il motto di libertà, uguaglianza e fratellanza. Stiamo distruggendo nostra madre – e con lei noi stessi – per avidità, e qui non mi riferisco più al singolo individuo che pur può fare le sue scelte consapevoli, piccola goccia nell’oceano, ma ai governi. Ero così disturbata da tutto questo antropocentrismo incontrollato che Sindoni vegetali mi è parso il nome giusto. Nella frenesia abbiamo perso i riti e con questo il rispetto per ciò che sostiene la vita. La mia non è assolutamente una sfida contro Dio né contro l’uomo come verrebbe facile pensare in superficialità ma l’antitesi di ciò: una battaglia silenziosa per la riscoperta del sacro.

Sindoni vegetali
Sindone vegetale

Da giovanissima studi acquerello in bottega di paese poi ti laurei all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove hai approfondito lo studio di piante tintorie e stampa vegetale?

Parlo spesso del viaggio fatto in Sud America, che è stato un punto di svolta e comprensione nella mia vita. Proprio lì ho imparato a riconoscere molte piante spontanee. È incredibile come si passi dal calpestare erba comune al riconoscere d’improvviso le sfumature dello strato botanico. Dopo le erbe ho voluto studiare gli alberi, conoscere per nome la macchia di giganti silenziosi: quanto sono importanti le parole giuste quando si ha poi bisogno di tradurre i concetti in immagine nitida. Sentivo che in tutta questa conoscenza c’era una parte affascinante e invisibile, ed è estraendo le proprietà dalle erbacee che ho iniziato a capire che oltre alla medicina nascondevano al loro interno il colore. Un colore che non cambia solo tra specie, ma anche in base alla stagione, all’esposizione solare e a tante altre variabili, con toni sempre inaspettati alla vista esterna della pianta. Lo studio è stato così pura sperimentazione: le piante che utilizzo non sono piante tintorie, come quelle che ho scoperto nei ricettari medievali e rinascimentali ma piante del mio territorio, che ho imparato a conoscere in profondità come individui. Questo è il motivo per cui ultimamente sto concentrando la ricerca principalmente su semi e bacche: la parte botanica atta a nutrire, volare nel vento o viaggiare con l’animale e grazie a questo suo fare e lasciar fare creare sé stessa. Una bella metafora.

prove di colore con piante tintorie
Alizarina. Ricerche tintorie. Ph. Tiziano Demuro

Mi incuriosisce la scelta del mito di Marsia, citato nel tuo statement e ripreso in alcuni titoli. La prima immagine che mi viene in mente è lo scorticamento del satiro per mano di Apollo, vincitore della gara di musica, un’immagine piuttosto violenta. Come mai hai scelto questo riferimento?

Nei miti quel che mi interessa non è tanto la storia narrata, quanto l’archetipo e i simboli che si celano al di sotto. Nel caso di Marsia la codificazione – ben espressa da Didier Anzieu – del rapporto io-pelle o anche dentro-fuori, pieno-vuoto. Del corpo la pelle è il vessillo estetico e nell’estetica trova il suo territorio d’elezione, mantenendo non solo una parentela antichissima e diretta con la psiche, ma essendo dell’organizzazione mentale dell’essere umano una sorta di epifania all’esterno. La pelle è così uno dei luoghi dell’espressione artistica, certamente il più sintomatico, sia che ancora una volta incarni una metafora sia che riguardi la sua rappresentazione simbolica e iconica. Nel mito di Marsia, la più significativa riguarda la conservazione post mortem della pelle del satiro, la cui interezza garantisce una custodia dell’identità che il corpo smembrato non avrebbe mantenuto: la pelle intatta è prefigurazione di resurrezione nella stessa misura in cui un involucro corporeo (la pelle biologica) assicura la tenuta di un sé psichico o, nelle parole di Anzieu, di “un’anima personale”. La conservazione dell’epidermide di Marsia è perciò il rovesciamento del suo destino di morte: fin quando il suo supplizio lo condanna a una «verticalità negativa» (quella nella quale lo stare in piedi è del tutto rovesciato), il satiro regredisce a uno stadio nel quale l’umanità pensante non è ancora conseguita e in tale stato mai lo sarà riproducendo l’attacco alla funzione primaria dell’Io-pelle, quella di sostentamento e appoggio a un asse verticale indispensabile al progresso della vita umana.

Mi interessa poi che nello stesso mito si esplori anche il rapporto con l’acqua, simbolo a me caro. La pelle di Marsia rimane intatta e conservata in una grotta da cui sgorga il fiume omonimo. Il fiume rappresenta le pulsioni di vita, e l’energia pulsionale che è disponibile soltanto per chi ha preservato l’integrità del proprio io-pelle. Quando a Marsia viene sottratta la propria forma, i propri limiti e per questo non sussiste più come individuo fluisce via come fiume e torna nell’indeterminazione. Quello che resiste è infine lo scorrere del sangue, che unito alle lacrime di chi è accorso genera il fluire del fiume. Di contro alla volontà di eternità dell’immagine si apre la più profonda ed ineluttabile eternità del fluire, dello scorrere delle immagini, il continuo rompersi dell’illusione che riporta tutto al vuoto.

Gaia Bellini
ph. Alessandro Tomasi

Durante il primo lockdown ti sei concentrata sulla tua ricerca in studio, come ha influito questa esperienza fuori dal comune sul tuo creare?

Il primo lockdown è arrivato nel bel mezzo di moltissimi progetti che avevo all’attivo, mi è servito per rallentare e portare tutto a termine con più calma. Sono un’introversa e né la solitudine né il silenzio mi scombussolano, nel vuoto riesco a connettermi meglio con me stessa e a lavorare in pace. Per assurdo per me la parte più difficile o di cambiamento non è stata tanto questa pausa forzata ma più l’esposizione che ho dato alla mia ricerca l’anno scorso, alcuni mesi prima che potessimo immaginare una pandemia, quando ho cominciato a postare le foto delle Sindoni vegetali e del mio lavoro sui social, partecipare ad esposizioni e progetti site specific. Ho dovuto pensare a come rendere visibile senza essere invasiva nei miei stessi confronti quella che per me è sempre stata una performance nascosta, intima e fatta di quotidianità, capire come far arrivare il mio pensiero in modo chiaro a chi non mi conosce senza riempire l’immagine di parole e spiegazioni, interagire con altri professionisti dell’arte e ripensare il mio lavoro non più solo connesso al mio, ma anche ad altri luoghi. È stato difficile e per questo stimolante e arricchente. Un passo che avevo davvero bisogno di fare, necessario per uscire dalla chiave puramente intimistica di una ricerca che vorrebbe parlare all’altro.

Alizarina
Alizarina. Variazioni di luce

Le tue opere nascono da un processo paziente, generatore di una bellezza che non rimarrà fissa ma che cambierà con il tempo: un messaggio educativo ricco di valore e di attualità. Cos’è per te Bellezza?

Bellezza è un ideale di vita per alcuni di noi, quell’armonia del tutto che si palesa nella delizia di alcune piccole cose di giorni qualunque, rendendo un attimo immortale nella sensazione di un momento, nell’arte la bellezza non necessità di spiegazioni per un vero sentire. Concordo sul fatto che la bellezza sia intimamente legata al bene. Ma rispondere veramente a questa domanda ora – alla mia età – significherebbe darne una definizione che sfocerebbe in una banalizzazione in concetto semplicistico e riduttivo; quasi fosse una sola cosa, ma non lo è. Per parlarne avremmo bisogno di essere fisicamente vicine con un the caldo tra le mani e la siepe di gelsomini che dalla finestra inonda la stanza del suo profumo, o magari come succedeva nei miei anni di Venezia al chiaro di una luce che si spegne a intermittenza fuori dalle nostre stanze di residenza mentre cerchiamo di concludere la filosofia per andare a dormire, mentre accendiamo la luce una volta ancora, e in sottofondo passano le ore. Insomma, bellezza è anche parlare di bellezza! Se per Platone è “lo splendore del vero”, io credo esista un ideale estetico universale, che rende armonica ogni idea estetica soggettivata dal tempo e dallo spazio, che penso abbia un forte nesso con la coerenza rispetto alla natura sia interiore che esteriore delle cose. Il principe dice che la bellezza salverà il mondo, e sarà così, nel mentre sta salvando le persone che le credono.

Sindoni vegetali
Carte

Indossi degli occhiali rosa e come vedi il mondo?

Più gentile. Vedo conoscenze e consapevolezze rimaste sottoterra per molto tempo tornare a primavera, germogliare in un mondo più cosciente e per questo più potente nelle azioni condivise.

mostra io ero tra color che son sospesi
Io ero tra color che sono sospesi

Prossimamente dove possiamo trovati?

Alla Galleria Lazzaro di Genova abbiamo cominciato da poco il progetto Nostos – ritorno, un itinerario in cui la dimensione temporale si incrocia con quella mnemonica, il muoversi nello spazio si emulsiona al flusso dei ricordi, le strade fisiche si mescolano ai percorsi della propria coscienza, fatto di incontri e di condivisione attraverso il sentire da artista in un’indagine che procede dentro questo tempo. La collettiva che ne nascerà sarà inaugurata poi ad Ottobre 2021 durante l’evento START.

In programma dall’anno scorso ho anche la Biennale di Fiber Art di Spoleto e la finale del Premio Riccardo Prina 2020 alla Triennale di Milano. Entrambi gli eventi vengono rimandati dallo scorso autunno ma non appena ci sarà una data vi aggiornerò attraverso il mio sito ed i social!

mostra io ero tra color che sono sospesi Gaia bellini
Io ero tra color che son sospesi

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