“Regression” di Alejandro Amenábar – Di quella volta in cui ho perso una buona occasione per rimanere a casa

Regression

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Avete presente i “Piccoli Brividi”? Parlo di quella serie di racconti di genere horror che noi ragazzi cresciuti negli anni ’90 abbiamo divorato, causandoci fobie persistenti e incurabili tipo quella dei pupazzi o quell’altra delle impaginazioni storte. Ecco, quei racconti, per stimolare e enfatizzare la fantasia del piccolo lettore, erano spesso infarciti di cliché del genere horror più classico: porte che cigolano, carillon inquietanti, gatti nella nebbia, scantinati bui, ululato di lupi ecc ecc.

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( non nascondo una certa commozione)

Ecco, Regression si attesta su quel livello di originalità. Solo che il Piccolo Brivido, se ti rompe le palle, lo puoi appoggiare sul comodino e andarti a vedere i video di gatti su Youtube, mentre invece quando ormai sei in sala a vedere un film che si rivela orrendo ci sono solo due speranza per te: che il tuo vicino di posto sia così figo da distrarti ottimamente per un’ora e mezza di film con i suoi commenti pertinenti e le sue braccia possenti appoggiate al (tuo) bracciolo, oppure che tu abbia portato in borsetta un oggetto sufficientemente pesante da poterti tramortire a dovere.

“E’ di Amenábar, così male non potrà essere!”, eccole le mie ultime parole famose mentre mi sistemavo i calzini prima di avviarmi verso il cinema. “E’ lo stesso di The Others, dopotutto!” mi ripetevo, mentre mi accomodavo sulla poltroncina della sala buia. “E poi anche di Agora e di Mare Dentro, cazzo”, urlavo dentro di me mentre sullo schermo le immagini di una Emma Watson colta da paresi si facevano sempre più preoccupanti.

Sì perché Emma Watson, da faro di speranza per il genere umano femminile quale era, mi si è ridotta in un attimo così:

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Per circa l’80% del film sta così, non sto scherzando. Ma nel 20% rimanente ci sono anche picchi di incredibile espressività, come questo qui:

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Mia nonna lo chiama “mescolino”. Termine altamente tecnico per indicare quella smorfia che si fa subito prima di inziare a piangere, quando gli angoli della bocca si piegano inesorabilmente verso il basso e cominciano a tremarti il mento e la voce. Ecco, la Watson vincerebbe a mani basse il prestigioso premio “Mescolino of the year”, per quanto riguarda l’annata 2015.

Insomma il film vorrebbe parlarti di sette sataniche, riti oscuri, gatti neri, cittadine in preda al panico, però mentre tu sei lì che segui e cerchi di gestire l’ora e mezza più lunga della tua vita ti parte ‘sto mescolino a tradimento e ti devi sorbire venti minuti di primi piani sulle sopracciglia corrugate di Ethan Hawke.
Ecco, parliamo anche di lui. Lui, il protagonista, il detective illuminato nel marasma informe dei poliziotti ottusi e inutili di provincia, quello che dovrebbe essere il carismatico cardine della pellicola. Ecco, no.
Potrete trovare molto più spessore in una puntata a caso dei Cesaroni, ma non in “Regression”.

E non servono a niente tutte le seghe mentali sulle turbe del protagonista che diventano anche quelle dello spettatore e che sono guarda caso anche quelle dell’intera cittadina, confusa da un caso di panico collettivo. Casomai il panico è quello che è venuto a me quando a manco metà film ho finito i coccodrilli gommosi e non potevo più utilizzare quella di metterli in fila per gradazione di colore come distrazione dallo spettacolo al quale mi sono sottoposta. Che poi non è così facile se ci pensi eh. Ok i coccodrilli che escono bene, tutti a tinta unita, ma ce ne sono alcuni sfumati, mescolati, contaminati da altre caramelle. E allora dai di occhio esperto per individuare i colori dominanti e fare una scala corretta, insomma non… ah sì, devo scrivere di “Regression”.

Regression foto 5
( cosa avreste fatto, al mio posto? eh?)

Volendo riassumere, “Regression” lo hanno scritto così. Amenabár, probabilmente leggermente ubriaco di sangria, durante una serata con gli amici del bar, ha tirato fuori la boccia dei luoghi comuni e ha proposto di giocare a “quello che pesca la trafila di cliché più clamorosi scrive il mio prossimo film”. Così sono usciti, nell’ordine: gatti neri, porte che si aprono da sole, ragazzina acqua e sapone un po’ zozza un po’ che in definitiva si rivela più zozza che no, poliziotto grasso e inutile che fa battute alle quali nessuno ride, cittadina di ottusi fanatici religiosi, famiglia disfunzionale random, poliziotto che parla da solo in macchina, divorzio, ritrovamento della fede. Il resto è storia.

Andate pure a vederlo, ma poi non dite che non vi ho avvisato.

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