Ti lascio per qualcun altro e quell’altro sono io

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Quand’ero ancora molto piccola per questo mondo ma non troppo piccola per saper leggere, nella mia larga famiglia fatta non solo di mamma e papà ma rigorosamente partecipata da nonna zie, zii e pro zie, tutti credevano che fossi una bimba prodigio.  Questo sicuramente per troppo amore e per colpa di quel tranello illusorio in cui tutti i parenti cadono quando si esaltano perché la piccola di casa parla bene in italiano e qualche volta si azzarda ad usare i congiuntivi – per puro caso – senza sbagliare.

Fu così che un giorno, in una calda ora di pranzo a casa al mare, i miei parenti, che erano tutti intorno allo stesso tavolo a prendere le posate e a dividere pollo e fagiolini, ancora salati e in costume, ancora inconsapevoli vittime di quell’illusione che li rendeva troppo orgogliosi di una bambina normale, decisero di dirmi: dovresti leggere Shakespeare.

Io avevo imparato da poco a leggere, avevo iniziato mettendo in fila le lettere stampate sulle scatole degli assorbenti, e mi sentivo già aggredita da una proposta indecente che – non lo sapevo ancora – significava che avrei dovuto imparare molto presto, forse in anticipo sui miei coetanei, cosa fossero le contraddizioni e le follie dell’amore.

“Romeo e Giulietta” era un volume di non mi ricordo quale collana di libri in casa della nonna, aveva la copertina rigida di colore verde scuro, ed apparteneva a mia zia, la più giovane della famiglia di papà e il mio idolo di quegli anni – perché rigorosamente single, o come si dice dalle mie parti felicemente zitella.

Dopo una serie di parole complicate e convinta sempre di più di avere il diritto di giocare anzi che spendere tempo a leggere, smisi in poche pagine la mia avventura nella letteratura inglese. Mi rimisi a lavorare con le contraddizioni del mio essere femminuccia pur giocando con le pistole di mio cugino – che dalla sua, nelle stesse contraddizioni, aveva preferito rubarmi il ferro da stiro rosa.

La mia infanzia, che sembrava dover essere piena di principi azzurri da immaginare – ero già innamorata del vicino di casa al mare, mi aveva fulminata di una preoccupante cotta crescente di estate in estate – è finita tardi, forse giusto qualche anno fa, alla soglia dei miei ventitré anni e dopo qualche relazione non giunta all’altare (e ci mancherebbe!).

Questa nota non sofisticata è una riflessione senza pretese che viene da molti anni di dolorose seghe mentali sul come essere felici, e vi porta sotto gli occhi circa tre verità assolute quanto effimere e, nella maniera più franca, relative, ma comunque preziose

La prima forte consapevolezza che ho acquisito è da ripescare dal passato remoto dei miei diciotto anni, quando, dopo una più o meno lunga storia da scuole superiori, mi ripresi cose che – me ne convincevo giorno dopo giorno – mi spettavano di diritto. Parlo, per esempio, delle passeggiate a piedi e del riempirmi le tasche di fiorellini d’asfalto e campagna, ma soprattutto mi riferisco al diritto di essere me stessa, sempre sognandomi un po’ poetessa, un po’ osservatrice, un po’ speciale, un po’ artista. Per un paio di anni avevo messo via, o peggio, avevo vissuto come una colpa, l’essere incapace di rimanere sulla superficie delle cose. Avevo provato vergogna per le rime che tentavo di scrivere, per il libro che stavo per pubblicare, per il fatto di innamorarmi molto facilmente di tutte le forme d’arte possibili e per l’avere un’ossessione per dettagli e cose semplici. Il mio ragazzo del tempo era tutto quello che io non ero – oggi invertirei la frase in “non era tutto quello che io ero”, e mi faceva vivere inconsapevolmente la mia vita col freno a mano. Non c’è colpa in questo, ma una naturale ingenuità di entrambi nel non volere ammettere una necessaria verità: le nostre personalità si spegnevano vicendevolmente e più stavamo insieme, più eravamo soli. E’ ovviamente finita bene: lui andò all’università, io ritrovai me stessa e le passeggiate a piedi, per garantirmi una meravigliosa collezione di fiori d’asfalto e di campo che ancora conservo e che oggi ricordo come la prima volta nella vita in cui ho potuto alzare il volume delle mie canzoni preferite in radio, senza che qualcuno cambiasse improvvisamente stazione.

La seconda forte consapevolezza arriva da uno dei regali più belli – e forse immeritati – ricevuti dalla vita, e combacia con la storia d’amore vero più importante, più lunga e più vera che mi sia capitata. Una storia che mi ha concesso di esprimermi tutti i giorni per quella che ero, che mi ha ricompensata quotidianamente per essere stata molto spesso in apnea quand’ero adolescente, che mi ha fatto scoprire che l’amore non è conflitto e non è neppure amare a tutti i costi. Ho capito con quella relazione che la frase che raccontava a tutti che “anche se qualcuno non ti ama come vorresti non vuol dire che non ti stia amando con tutto se stesso” era una truffa

Insomma, l’amore è anche e soprattutto il come. Non importa a quanti decibel e con quanta forza d’animo si ami, la modalità vale più della quantità. Perché se per amarmi hai l’abitudine di ferirmi, forse non mi serve il tuo amore.

La verità acquisita da questa storia riguardava noi e riguardava me. Eravamo stati quasi tutti i giorni la nostra coppia preferita, e ci eravamo – per una fortuna sfacciata – amati come volevamo poi essere riamati, e la scoperta era banale: tutto questo era possibile

Quello che si direbbe in due parole per esaurire le due vicende: la prima volta ero parte di una coppia molto male assortita, la seconda ero protagonista di un destino molto generoso e parte di una coppia piena di risorse e cresciuta a pane e rispetto.

La terza e, per ora, ultima verità, viene da me direttamente, da quando per la prima volta ho capito che potevo modificare una massima di Hermanne Hesse facendola corrispondere alle mie nuove scoperte sul mondo. 

Ho dovuto sperimentare l’ansia e la rabbia, liberare al momento giusto i miei pugni al muro, prendermi cura delle cose ma non farmi carico di tutto, ho dovuto mettere in pratica una lezione importante: insieme si è 1+1. Insieme ci si sostiene e ci si migliora, ma non si casca a peso morto tra le braccia dell’altro, insieme vale come insieme finché il tuo essere te non soffoca il mio essere me, finché i nostri sogni sono liberi di essere inseguiti da noi che li abbiamo sognati, finché il compromesso più grosso è quale film guardare stasera o se prendere il treno il pomeriggio perché la mattina lavoro e non ti posso salutare. Insieme vale finché 1+1 fa 2 e non 1 ancora.

Ho deciso di ascoltarmi proprio bene senza lasciare spazio agli equivoci, ho fatto tutto quello che dovevo per raggiungermi, ho accarezzato spesso l’idea che ancora amo di poter passare con me gli ultimi giorni della mia vita. E, contando sull’affetto che posso riservarmi, mi sono immaginata di diventare la zia senza figli che tutti abbiamo avuto o immaginato.

Ho deciso di lanciarmi nell’avventura di essere la mia compagna di viaggio prima che la compagna di chiunque altro e ho scoperto che “dunque tutto il mio vagare era un cammino verso di me”.