Tradurre è anche un po’ tradire: italianismi intraducibili

cover italianismi

 

Nel mondo globalizzato e tecnologico in cui viviamo ogni limite è provvisorio, ogni distanza è accorciata da Skype, puoi ordinare con un click del sushi brasiliano comodamente da casa tua in quel di Barletta e anche dal punto di vista linguistico, ogni barriera diventa sempre più debole.

E la contaminazione è cosa buona e giusta, altrimenti – come ben vi avranno insegnato nella prima lezione di filosofia della vostra vita – non ci sarebbe cultura né progresso; ma allo stesso tempo è lecito interrogarsi sui suoi limiti, o in altre parole è lecito chiedersi se sia davvero necessario dire sharare invece che condividere o forwardare invece che inoltrare una email.

tradurre è tradire

Nel primo caso: no, non è necessario (anche se lo faccio, e continuerò a farlo); nel secondo caso seppure non sia necessario dire forwardare ma è già più difficile trovare un sostituto per email, parola inglese integratissima nel vocabolario di qualunque italiano (chissà se succederà anche per #petaloso). Esistono dunque degli scogli intraducibili, parole o espressioni che vanno dritte al cuore della questione senza lasciarsi tradurre, e che racchiudono in poche lettere indizi della cultura e dello stile di vita del popolo che le ha coniate.

A chi non è capitato di dire di qualcosa che è “un po’ troppo strong” o che ti proponessero di andare “a bere qualcosa in quel nuovo rooftop”?  È innegabile (ovviamente nulla è dimostrato da statistiche, quello che scrivo è unicamente frutto della mia mente malata e non di fonti attendibili – ci tengo a precisarlo per amor di correttezza)  che anche gli stranieri in certi casi usino parole italiane, come:

  • BRAVO: espressione largamente usata per indicare approvazione e per fare i complimenti, è stata assorbita al punto che anche se sei femmina o se siete un gruppo di persone ti verrà comunque detto “BRAVO!”, al maschile singolare perché in inglese gli aggettivi non si accordano. Non escludo che sia diventata popolare grazie a Danielona di U&D

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  • DIVA: sebbene nel panorama musicale italiano la più alta espressione di diva sia Valerio Scanu, questa parola del nostro vocabolario è ampiamente utilizzata all’estero per indicare – spesso – donne black che accompagnano le loro esibizioni canore con movimenti dell’indice destro come a dire “no,no,no”

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  • PAPARAZZI: celebre espressione nostrana, popolarissima all’estero, per indicare quella categoria umana di guardoni di professione non esattamente amati dalle celebrities, che chiamare fotografi sarebbe too much (per rimanere in tema)

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  • STILETTO: scarpa taccata indossata dalle dive di cui sopra, parola preferita all’inglese heels perché sottolinea il concetto che se puoi indossare queste scarpe puoi fare di tutto.
  • APERITIVO: su questo argomento si potrebbe aprire un caso. Non solo perché si abusa di questa meravigliosa usanza, fino a creare qualcosa come l’aperituffo (esiste, l’ho sentito) ma perché talvolta è sconosciuta anche agli italiani stessi, quindi non mi stupisco che nel panorama internazionale non abbia ancora preso piede. Però lo prenderà, lo prenderà eccome: aperitivo is the new cappuccino.

Ora mi è venuta anche fame, vi saluto. Kissini per tutti!

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