Un anno da non restituire | i bilanci di Maria Elena

Un anno da non restituire | i bilanci di Maria Elena

Vivere non è una cosa semplice.

Nessuno mi ha chiesto di riassumere il 2020 con una frase, ma questa è diventata una specie di abitudine delle mani che ora, sfatte ed energiche insieme, volano per la seconda volta sulla tastiera e verso tutti, soprattutto verso quelli che pensano che vivere non sia una cosa semplice.

Come lo potrei chiamare il tremolio che i sogni hanno fatto nella pancia e nella notte quando si sono sentiti più in pericolo che mai? Più in pericolo che in una normale ansia da prestazione, più in pericolo che in un normale stato di incertezza da frutto nato tardi o troppo presto – comunque mai puntuale.

All’anno che si è appena concluso avevo immaginato di dedicare una lettera d’amore, che più d’amore non si può. Ma, come capita spesso quando si arriva a ridosso delle feste a preparare, realizzare, incartare e scrivere, mi sono dimenticata. Mi è completamente sfuggito di mente, un post-it che ho perso, che si è scollato dalla parete, che si è dissolto completamente dalle mie liste di cose da fare – ve lo ricordate che non sono brava a fare le liste, vero?

La verità, fuori dai denti e fuori dalle scuse, è che non saprei davvero come scrivere una lettera d’amore a una bestia che mi ha disturbato ogni notte e che mi ha costretta a guardare dalla cornice di una finestra la mia stagione preferita. Soprattutto, però, non so scrivere una lettera d’amore al 2020, perché non so amare ottusamente. Sono sempre piena di condizioni e una tendenza salvifica a proteggere a ogni costo i miei confini, e mica per sfiducia, ma per amor proprio. 

Ecco, proprio l’amor proprio è diventata una pratica dolce e difficile al limite dell’impossibile in un anno in cui ci siamo scoperti meno liberi che mai, importantissimi per gli altri esseri umani e responsabili di una più alta percentuale delle cose che leggevamo negli articoli delle più autorevoli testate.

Poi vengono altri pensieri difficili, quasi immasticabili tanto che sono duri e amari. Son quei pensieri che hanno a che fare con il tempo che scorre e con quella massima che recita in maniera logica, quasi ovvia, che “non ci si bagna due volte della stessa acqua”.

La prima cosa che ho pensato quando ho soffiato la venticinquesima candelina di questa vita è stata proprio che questo anno dovrei andare a farmelo restituire. Ci sarà sicuramente sul pianeta, da qualche parte, un ufficio per fare un reso e ottenere un rimborso, un modulo da compilare, qualche lentissima pratica da aprire e mandare avanti per altri vent’anni. Mentre elaboravo questo pensiero un po’ stupido, mescolandolo a l’eco della voce di una mia coinquilina che si lamenta della sua prima ruga, mi sono improvvisamente resa conto che no, non posso ridare indietro questo pezzo di vita e non voglio passare i prossimi pezzi di vita a cercare di ottenere un rimborso, a intristirmi per la paura che ho dovuto provare, per la rabbia che ho dovuto contenere o per le delusioni per le quali mi sono dovuta consolare. 

Ho lasciato smarrire questa ipotesi innanzitutto perché, nei vari lavori e lavoretti che incastro nelle mie centosessantotto ore settimanali, non riesco a trovare proprio un buco per presentarmi personalmente all’Ufficio Resi e Rimborsi, e poiché, come suggerisce un’altra mia coinquilina, “L’Italia è una repubblica fondata sulla presenza”, non ci ho sperato neanche di poter risolvere la faccenda online prima di andare a letto.

Poi un’altra ragione per cui non voglio effettuare un cambio o uno scambio dell’anno passato è che io sono una scaramantica nata che ancora non si è del tutto liberata dei suoi “non metto il piede destro prima del sinistro sennò…”. Insomma, ho paura di cosa mi capita in mano se rimando al mittente il 2020. Mamma dice sempre che chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova. Ecco, quest’anno mi voglio fidare di mamma perché rimetterebbe in circolo quella buona legge per cui sono i genitori ad avere più spesso ragione e a preoccuparsi per i figli e non il contrario. E io invece quest’anno sono stata costantemente e profondamente preoccupata per i miei genitori, diventando quella lista di raccomandazioni che ho sempre odiato da adolescente. 

Un altro motivo per cui è meglio che io mi tenga questo anno passato ben stretto è che, in fondo, voglio bene a quest’anno. Voglio bene alla frangibilità di tutti i miei equilibri e all’imprevisto che scombina, perché nell’imprevisto ho racimolato spesso almeno un paio di possibilità.

Il motivo numero quattro per cui non restituisco l’anno appena finito è che sono una persona coerente. Se proprio nei diari del 2019 avevo scritto di aver imparato che non tutto ciò che è imperfetto va buttato via, ora non posso tornare indietro, soprattutto perché la mia indecente fortuna me lo impedisce.

Sì, perché quest’anno son successe anche cose belle. 

Tanto per cominciare tutti ci siamo sentiti più piccoli, abitanti di un posto meno sicuro di quel che credevamo, costretti a mettere via le cose superflue per concentrarci su quella frase di rito verissima come poche che “l’unica cosa che conta davvero è la salute”. E non è forse una fortuna essere riusciti a realizzare che una verità è vera?

Quest’anno, tutti più in contatto con i nostri pensieri, spesso nella solitudine, abbiamo creato tra noi una rete più forte perché fatta di materiali teneri, pieni della nostra umanità. Abbiamo cantato malissimo dai balconi, forse pregato per la prima volta un qualche dio e brindato con vicini di casa che non avevamo mai considerato. 

Ci siamo diplomati, laureati e specializzati direttamente dalle nostre stanze, in un comodo spezzato pigiama-abito. Ma c’erano proprio tutti a poter assistere, perché le distanze non potevano esistere. 

Ci siamo sentiti annoiati e stanchi ma, in questo, vicini a molti, mentre si guardava tutti insieme Harry Potter o si poteva assistere gratuitamente alle dirette di conferenze che sennò “sì ci vado se faccio in tempo appena stacco”, “forse arrivo mezz’ora dopo”, “vabbè mi compro il libro”. 

Voglio bene a quest’anno perché anche se metto i piedi nudi sul pavimento, comunque non riesco a non credere e non riesco a non sperare. Perché vorrei essere affascinante e maledetta dicendo che non vedo il bicchiere mezzo pieno o che non vedo affatto il bicchiere (grazie Woody Allen, tu e le tue commedie che peggiorano con gli anni mi avete comunque fornito un chiaro ritratto dell’esemplare nevrotico che non voglio diventare), ma poi, in realtà, sono solo innamorata come una scema di questa vita, anche in un mondo brutto. Perché la vita è preziosa e il mondo si può cambiare. 

E che dire dell’acqua che ha riempito il bicchiere 2020? Vice Italy lo riassume in cinque punti.

Io brindo con l’acqua, a questo punto, all’anno con il più alto numero di vittorie di donne e di minoranze, ai diritti civili che forse cominciano a vedere un po’ di luce, alla cannabis, all’ambiente che ha respirato mentre noi riguardavamo per la quinta volta Friends e Boris, agli animaletti in via d’estinzione che per quest’anno ritornano al sicuro e all’attivismo che rende possibile sempre più cose e dà risonanza a tante battaglie.

E poi, tornando a fare l’egocentrica, mi sono beccata anche io la temuta o sminuita, a seconda dei giorni, bestia SARS-CoV-2. Ma la mia fortuna ha voluto che questo mi servisse ad essere ancora più grata della vita: con i pochissimi sintomi che mi hanno fatto perdere il treno per riabbracciare i miei parenti, ho affrontato le feste con il sole e la pioggia della mia città, dalla mia stanza perfetta, sul tappetino da yoga che mi ha regalato la mia Bebe. Ho affrontato i giorni di festa con la festa dentro, tra le videochiamate dei miei genitori, mia sorella con le sue chiacchiere sui ravioli e i segnaposto, la nostra vicinanza e confidenza, le facce stupide di mio padre e le raccomandazioni di mia madre – vi assicuro che non volevo dimagrire ma se non senti i sapori non hai tutta questa fame –, mio zio che mi convince che sono mille volte più grande del virus e l’altro zio che mi racconta dei suoi chilometri quotidiani, le nonne inaspettatamente capaci di stare in videochiamata e le zie sempre presenti, con tutte le preghiere che servono a far passare l’inverno in fretta. 

Dall’ascensore della nostra casa abbiamo recuperato in ordine sparso: la spesa che ci hanno fatto i nostri amici, dei cremini e una tavoletta di cioccolato in regalo, dei dolci calabresi venuti quasi dall’altra parte del mondo, un gin tonic per brindare alla nostra storia lunghissima e a quello che per noi significa amicizia, e forza, tanta forza e coraggio. Quella che Marta suona nelle note di una canzone che amo, che Cristina ci manda senza accorgersene quando frigge per noi la Vigilia di Natale, mettendoci poi il ragù e il vino dietro la porta, tagliandoci il panettone, facendoci sentire un po’ più in famiglia divise solo da muri che avremmo potuto buttar giù solo a suon di “che palle!” se avessimo ceduto alla lamentela.

Ecco, la lamentela quest’anno l’ho messa via o forse l’ho usata con ancora maggiore parsimonia. Il mio medico speciale che mi salva sempre da tutti i mali che nel mese dell’ipocondria penso di aver contratto, mi ha insegnato da subito che non dovrei lasciar entrare l’ansia in casa a sporcare tutta la mia roba e da quando ho imparato – con l’aiuto extra di chi mi ha detto gridando “guarda che sei tutta ali!” –, non ho più smesso.

Cosa volete che dica a questo 2020? Mi hai tolto i concerti, mi hai tolto un po’ di pace, mi hai fatta spaventare per il mio futuro incerto, mi hai chiesto di prendermi una pausa di riflessione dagli spritz e dai tramonti che mi sarei volentieri gustata in primavera, mi hai fracassato abbastanza la pazienza – ci hai provato! – e mi hai fatto temere sempre il peggio.

Ma grazie lo stesso, perché con te abbiamo imparato che in questi tempi super bui possiamo (e dobbiamo) ancora sognare e lottare, possiamo aspettare – con un po’ di danze della fortuna di riserva e una scorta di preghierine e fioretti – un 2021 che ha tutta l’aria di chiedere altro impegno, ma anche altra gratitudine per tutte le persone con cui lo possiamo condividere.

La bellezza non salva il mondo da sola, la bellezza salva il mondo quando è capace ancora di creare speranza.