“Cara tu che sarai – una vita tra diec’anni” | Lettere mai spedite

Cara tu che sarai,

oggi mi sono ricordata di volerti scrivere anche se mi stai aggrappata alle caviglie. Ho immaginato come sarebbe stato consegnarmi a te in forma di lettera tra almeno dieci anni, quando starai in una casa sulla cui facciata batte sempre il sole, e dove ti immagino poggiata sul davanzale, con la testa stesa comoda tra le braccia incrociate, a guardare tramonti – i tuoi sono più belli, e non perché è migliore il tuo dove, ma per come li guardi. Il principio è lo stesso di quando ho pensato e scritto: vorrei che ti vedessi per come ti guardo.

La distanza, che poi è un concetto tutto nuovo per me che lo conosco perfettamente, è una faccia delle molte della vicinanza, non le fa da antitesi, non le fa nemmeno da ombra. Così immagino le tue rughe, attraverso cui passeranno i raggi della primavera e le cose che non mi hai detto, quelle che mi hai detto a fatica o coi denti serrati, con un groppo a cui hai fatto fare su e giù, dalla cima della testa al fondo delle tue notti.

Forse arriverò in una busta normale, che all’inizio scambierai per una bolletta, per una pubblicità, qualcosa che puoi rimandare – come di fatto potrei essere io stessa – e che poggerai sulla cassettiera, di fianco al tuo portone di ingresso. Passeranno i giorni sopra di me, passeranno chiavi e scontrini, magari persino un po’ di polvere. I ricordi attraverseranno il tempo di quei dieci anni che saranno passati da questo pomeriggio di sole che fa scottare la tua tapparella, e nel tuo quotidiano stringere i pugni e combattere con i lunedì, magari ti tornerò in mente prima che tu ti possa accorgere della mia esistenza nella tua casa. So che, recintata da un cancello verde scuro, penserai che forse la tua versione migliore di vita è così, in mezzo a chi ti conosce da sempre, con le abitudini che ti amano e che hai costruito con lentezza e allineamenti favorevoli dei pianeti. So che la tua acqua in pancia avrà interrotto alcuni giorni di festa ma creato stelle nuove e forse intere galassie, so che non c’è rimedio per quei tramonti che ti piacciono, sei fatta di canzoni tristi pur avendo moltissimi sorrisi e amando il fuoco del giorno di Natale, attorno a cui famiglie fortunate come le nostre hanno costruito storie lunghe e ricche.

Così un giorno, che sarà forse un venerdì pomeriggio, ti accorgerai che io sono arrivata nella tua casa nel silenzio di altri giorni di cui non puoi ricordare il numero, e che mi sono pazientemente messa in attesa delle tue attenzioni. Forse penserai che faccio le cose nel mio solito stile, quello che quel giorno potrai dire essere “lo stesso di diec’anni fa”, e che con la pace in pancia e una buona dose di fiducia nel destino, ti ho aspettata.

Se io ti ho insegnato a smontare senza distruggere, tu forse mi hai fatto capire che non tutte le cose andate e accadute sono fatte per stare ferme a marcire negli angoli, che è possibile sperare che ci siano non solo battaglie degne di un qualche combattimento ma anche combattimenti veri e decisioni prese con la pancia ed emozioni dentro molte ragioni.

Forse ti raggiungerò quando avrai smesso di credere nei capricci e in qualcosa di straordinario sempre possibile e all’altezza dei tuoi sogni, forse sarò come catapultata da una navicella e ti farò commuovere, come con una distanza che sperimentiamo adesso e che non è fatta di lontananza ma di cose nuove e incontrollabili ancestrali nostalgie. Ma ti confesso che spero di raggiungerti per farti sognare, di trovarti pronta ad accogliere le parole che non ti ho mai detto ma che hai sempre letto, e tutte quelle cose di me nascoste che tu hai scoperto. Ti confesso che spero di trovarti che ancora ridi e credi nei capricci, che impani il pollo al limone e che non credi di fare dei figli, che vuoi la radio accesa e che hai imparato dove si mettono le cose. Pure nel caos del tuo cervello e nel disordine della tua stanza, o in queste temporanee cose che dobbiamo ancora scoprire ma che tra diec’anni tu saprai per certo.

Nella misura in cui m’appartengo,
tua me di adesso.

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