Caro che vieni da questa vecchia lettera | Lettere mai spedite

“Stesi nell’erba tra i fiori di campo
persi a narrarci future fortune
coi sensi colmi di voglia di vita
in tasca solo speranza infinita

E una fiducia infinita nel seno
quando avevamo cent’anni di meno

Pierangelo Bertoli

Iniziare le lettere con parole d’altri stempera sicuramente l’ansia e tutti quei malsani sentimenti che ci hanno fatto diventare bianchi i capelli e che ce li hanno fatti cadere.

È un agosto giallissimo, e io sottolineo con forza un rigo di questo libro con questo pastello che ti somiglia, che come te è giallo, che come noi invecchia e perde la sua tempera in mille piccole briciole. Mentre è agosto e mentre io sottolineo leggendo, continuo a pensare e a farmi rimbalzare tra lingua e palato “metabolizzare”.

me-ta-bo-liz-zà-re”.

Ma è davvero necessario? non dovrebbe essere tutto cristallino e netto? Mi sono persa nella logica delle sfumature, che evidentemente non seguono una logica, e sto cadendo come una pera nel tranello del semplificare a tutti i costi, nella necessità delle frasi finali ad effetto e in quella svilente consuetudine che per ragioni economiche il mondo preferisce sempre a tutte le altre pratiche: uniformare e creare regole per una qualche maggioranza, quindi appiattire in un colpo solo tutto quanto e tutti quanti.

Questo perché, in effetti, le cose bidimensionali si maneggiano più facilmente e necessitano di meno interpretazioni. Te lo ricorderai pure tu che la geometria è diventata molto più difficile da comprendere quando le figure sono diventate solidi, quando l’altezza e la larghezza non bastavano più e dovevamo cominciare a interrogarci su altre cose e con formule più lunghe.

Comunque, nel ripensare alla parola “metabolizzare”, mi sono concessa un viaggio indietro di quindici giorni.

Eccomi, è il venticinque di luglio e io salgo su un treno per andare a vedere dove vive la tua luce, entro in casa tua senza bussare – romanticamente un tempo avrei continuato questa frase dicendo “come fa la primavera a marzo, fresca e odorosa”, rispettando le regole non scritte di quella nostra narrativa fatta di citazioni.

Mi ricordo che – convenevoli a parte e lasciando per un attimo altrove tutto quello che si può vedere dal tuo tetto – io sono arrivata e mi sono fatta per te stagione, sono stata un momento. La sensazione che senti quando, verso la metà di agosto, viene a piovere sulla tua estate quasi stanca.

Più vado avanti in questo scrivere schizofrenico da una pagina all’altra, più questa lettera mi sembra ridicola, più mi sembra diventi una lettera nella lettera nella lettera. Se mi segui, e so che mi segui, sai bene che sto andando indietro di quasi sette anni e non di quindici giorni. E lì, in quell’universo parallelo in cui il venticinque luglio è oggi, noi ci siamo appena conosciuti, riconosciuti e assaliti. E là, penzoloni sul tuo tetto, sul tuo dondolo, sul muretto con cui dai le spalle alle montagne, ci stiamo chiedendo mille cose e poi nessuna.

Ci eravamo immaginati il mare senza una stanza.

Io volevo allargarti, tu volevi allagarmi, e abbiamo fatto un casino. Con la sola colpa poi, di volere il mare, ma pure tutte le altre cose: l’odore del grano, i fiori freschi, quel tuo bellissimo balconcino con i gerani, la panchina bianca, soprattutto sedersi insieme sulla panchina bianca. Volevamo innamorarci l’uno dell’altra e volevamo che fosse più di quell’amore di tutti che ci sembrava una forma di pregiudizio, in un mondo così pieno di gente in cui non avrebbe senso scegliere una persona sola.

Ecco, tornando a quindici giorni fa… le nostre due anime sconquassate completamente per un impatto troppo forte si rianimano e dicono: la mia confusione è un vortice concolore al tuo, tutto si risolve quando l’emozione scalcia, finché non dici “poi a volte non riesco a sentire me” e io continuo così:

“ma dove vogliamo andare? Con i nostri chilometri di troppo, con i nostri sentimenti acerbi, col largo variare dei tuoi desideri e della mia forza di volontà? E cosa rappresenti tu? Cosa significhi? Con le tue espressioni, con i tuoi occhi facili a chiudersi, con i tuoi battiti strani? Tu, discutibile malato di cuore, fattucchiere e sofista, poi poeta, inventore, viaggiatore.”

Ma ora, come quindici giorni fa, come sette anni fa, come sempre finché ci vorremo: se vale il sacrificio, che il fuoco mi bruci, che la tempesta mi ingoi, che il vento mi spazzi, perché ho dei sogni all’altezza dei sogni.

“Sì, vostro onore, ma li voglio più grandi”.

In alcun modo tua, dal nostro giorno più immaginato.