Viaggio per andare via | 5 Agosto

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Cara Niside, ti scrivo da Lisbona.

Fuori è il sole, e in te ogni argomento; sono vuoto di parole perché un po’ stanco, la fatica questa volta si è posata pesante dietro al collo.. dunque ho reclinato la testa un’altra volta e sono certo non ne sarai orgogliosa, ma non importa.. tanto di certo mi hai già scordato.

Ed io, come in ogni solitudine, mi conto le sconfitte sulle righe: scrivere, svegliarti di notte. Non è colpa mia questa volta, ne sono certo; il mio è stato semplicemente un errore di valutazione, una speranza troppo forte per essere estirpata, una speranza che mi ha prosciugato.

Ho sperato in molti giorni di sole, e che in ciascuno di essi avresti accolto il mio arrivo con la tua danza di gioia, che sotto le lenzuola avremmo trovato delle promesse, che ti saresti innamorata di me più forte se ti avessi saputo guardare negli occhi. Ma tu non sei di nessuno e sei di moltissimi, e le lettere, i petali e gli odori che ti spedisco dal Portogallo, non soddisfano neanche una piccola parte del tuo desiderio. Non è come quando hai un buco ampio nel cuore e qualcuno ci passa dentro ma non sfiora nemmeno i bordi.. è come quando vuoi bere l’acqua direttamente dalla fonte, ma soprattutto non perdere nemmeno un sorso.

La città è meravigliosa, probabilmente perché ti somiglia, l’asfalto ruvido come la tua pelle, porta in alto tutto il calore di questo cocente luglio. La gente canta malinconicamente, il fado portoghese può essere straziante, nelle taverne del bairro alto sembra tutti vogliano piangere, e non è poi così strano se pensi che nonostante notte e giorno si alternino da secoli in questo posto, la gente continua a camminare per queste strade con un’aria sconfitta. Ti guardi intorno e capisci, senti, che era un luogo importante, un tempo. Ma fortunatamente è come pensare al passato senza un eccessivo rammarico per un presente che è, e non può smettere di essere.. ciascuno continua a tessere, lavorare, correre dietro i tram, germogliare con le stagioni, versare birre fresche in vecchi boccali, e sentire in qualche modo di essere un luogo, la piazza, il centro, non la strada o il percorso, ma l’attrazione, la meta finale.

Ho seguito racconti e consigli in questi giorni, tra i più belli, i più banali: Lisbona dal miradouro di Santa Luzia è uno spettacolo da respirare a pieni polmoni, quasi come la vista di Napoli con le sue isole dall’alto del tuo Vesuvio.

Ricordo ancora quel tramonto, la tua compagnia si sentiva a malapena, ecco perché nella lista delle favolosità dell’universo, lo metto comunque al secondo posto rispetto a quando mi sono tuffato in questo oceano.

Il viaggio a volte non è dove decidiamo di arrivare, ma da cosa stiamo cercando di allontanarci… e a malincuore ammetto che è stato l’addio più difficile quello che mi ha allontanato da una terra che balla scalza la sua tradizione.

Perché quella terra sei tu, e tu il mio credo, la fede dei brividi e delle tachicardie. Sei stata pura elettricità, e te lo ripeto nell’ultima lettera che ti spedisco.

Mi dispiace che tu non abbia immaginato che il mare in una stanza e mai i contorni di un disegno che ci racchiudesse senza stringerci, mi fa male ancora pensare al tuo sguardo d’acqua che mi assale e mi schiaccia sul pavimento, alle urla per la passione di una gelosia inaudita e inammissibile, alle tue mani che si muovono come gesti di un rito. Non trovo in queste donne che un breve entusiasmo, una tregua dal pensiero di te, sotto le loro gonne c’è la fonte di ogni bene a cui ho ancora diritto, e nei loro occhi ancora il vuoto, come nell’altra parte del mio letto.

Non rileggerò, smetterò di scrivere, uscirò anche stanotte per scordare il tuo nome.

Oscar

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