Il mondo in cui vivo nelle sue 150 sfumature di violenza contro le donne

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È passato e lo saluto, quest’anno con più consapevolezza: sto parlando del mese che è appena terminato, che alza la bandiera della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne e le bambine.

Non dirò quanto sarebbe bello se questa giornata non esistesse, quanti fiori non dovrebbero urlare se avessero il loro spazio in questo sconfinato prato, quante campagne di comunicazione non sarebbero state neanche pensate e progettate se non ci fosse stato in effetti qualcosa di molto urgente da dire, quanto sarebbero forti i rami se questo albero non facesse marcire in anticipo i frutti, e quanto del nostro fegato sarebbe ancora in salute se non lo sottoponessimo quotidianamente allo stress di una lotta per il raggiungimento di diritti basilari.

Così, metto le mani avanti perché dietro ho un burrone – come direbbe qualcuno che è passato dalle mie parti – e non mi dilungo nel fantasticare e immaginare il mondo che vorrei, una pratica quotidiana che mi rilassa l’anima quando non devo alzare la voce e pestare con più decisione il terreno sotto i miei piedi, ma una pratica che ora mi servirebbe solo da escamotage per puntare la luce sul mondo in cui effettivamente vivo.

Volete sapere che mondo è? Ora vi racconto il mio..

Il mondo in cui mi sveglio ogni mattina è un mondo che per prima cosa mi pone di fronte alla feroce domanda: “mi vesto da troia o mi vesto da santa?”

Ma vi spiego meglio cosa intendo: il mondo in cui vivo mi ha costretta a conoscere queste parole e a ricondurre le stesse a un immaginario molto preciso che si porta sul groppone tanti simboli e una lunga storia di discriminazione che continua nel presente.

Sono stata portata a pensare che esistesse un modo giusto di essere una femminuccia – e uso un vezzeggiativo che vi trasporti dritti a un’idea di infanzia proprio perché è fin dall’infanzia che sono stata chiamata a pensare alla donna dovendo decidere in che colonna sta e in che colonna sto. È stato un attimo passare dalla scelta dei giocattoli adeguati al genere che mi è stato assegnato biologicamente, a “evitare di” e “stare attenta a”. E – in ordine sparso – dover stare attenta a cosa indosso, ovunque io mi trovi, dover stare attenta a non fare troppo tardi la sera, dover stare attenta alle parole che uso e a quali sono le mie ambizioni, dovermi guardare bene da tutti i maschi che conosco, dal coetaneo al più adulto, dall’amico al parente. E poi evitare di essere troppo amichevole, evitare di essere ammiccante, evitare di cambiare idea, evitare di essere troppo indipendente, dire “no” in 25 modi diversi e su più canali – no per posta con francobollo, no in chat, no al telefono, “no, il caffè me lo pago da sola” – con tutti i “no” che ho a disposizione, perché non si sa mai come, in questo mondo che abito, può andare a finire con la vita di chi non dice abbastanza forte e abbastanza chiaro “no”.

Eppure, “no” significa proprio “no”. Una cosa semplice, una delle poche che non hanno sfumature se non ce le mettiamo noi per forza, un concetto che i bambini imparano prestissimo e che, solo da più grandi, vedono scomparire nelle moltissime zone grigie che la legge non sempre riesce a spazzare via.

E per esempio, se nel mondo in cui vivo ci fosse una ragazza che come Irene viene molestata verbalmente sui social, la legge starebbe galleggiando proprio in una delle zone grigie di cui sopra, le stesse che oggi non rendono giustizia a Noemi Durini, ma concedono qualcosa che ha lo spirito di “una seconda chance” al suo assassino. Se nel mondo in cui vivo ci fossero troppe donne morte per uccisione e psicologicamente massacrate per molestie molt* giornalist* si comporterebbero in una maniera che mi permetto di definire discutibile, perché sicuramente parlerebbero di “troppo amore” e di “gelosia furiosa” quasi sempre alimentata da “atteggiamenti ambigui” da parte della donna che muore già morta e continua a morire in queste parole.

Nel mondo in cui vivo, alcun* giornalist* hanno fatto delle scelte cruciali nell’uso delle parole, delle espressioni, nell’accostamento degli aggettivi ai sostantivi, hanno il potere di scegliere come raccontare una storia e purtroppo riescono a produrre un effetto forte nella percezione di chi legge, una percezione che, ahimè, cambia la faccia della verità. Innescare un processo di empatizzazione non è difficile: basta far pensare alle persone che il carnefice è in fondo solo vittima di sé stesso, delle sue sfortune, della sua ignoranza e, nella più meschina delle ipotesi, dell’amore per la persona di cui ha stroncato o segnato l’esistenza. Ma non è questa la mia storia e non è questo che voglio leggere, non è questo quello che voglio raccontare: non si muore di troppo amore, si muore di abuso, si muore di possesso, si muore di maltrattamento.

Non voglio empatizzare con chi è capace di violenza e non voglio empatizzare neppure con chi pratica quotidianamente una violenza più subdola di quelle fisica, perché meno evidente ma più pericolosa di pietre, coltelli e acido, perché più difficile da colpire al midollo e, soprattutto, non perseguibile penalmente.

Tutte le volte che qualcuno mi chiede di parlare di femminismo, questioni di genere, discriminazioni verso le donne, comincio sempre dicendo che è troppo difficile e delicato, perché da una virgola si apre un vaso di pandora che non sono, poi, più capace di chiudere. Ma la verità è che cominciando a parlare, passando sempre attraverso la consapevolezza, posso cambiare qualcosa, posso sperare di non sentirmi una ladra se un giorno dovrò sospendere il lavoro per una gravidanza, posso sperare di non sentirmi una ladra se riuscirò a non pagare gli assorbenti quando l’Italia si sveglierà dal suo lungo sonno e troverà insensata la Tampon tax; posso sperare di svegliarmi in un mondo in cui una donna potrà parlare liberamente quanto un uomo di sesso senza essere giudicata, e soprattutto potrà praticarlo in libertà, senza tornare alla domanda “mi vesto da troia o mi vesto da santa?”. Posso sperare di svegliarmi in un mondo in cui una donna può desiderare un’altra donna, o può addirittura non sentire di appartenere al genere che le è stato assegnato e decidere di diventare altro. Posso sperare di cambiare un mondo che non mi piace, scendendo in piazza con la rabbia in gola e facendo chiasso dove serve che si senta chiaro quanto sto scomoda in questo mondo, ma anche lavorando nel centimetro, nel mio perimetro, quello che vedo ancora pieno di ragazze che camminano con le chiavi a mo’ di arma ogni sera tornando a casa, quello che vedo ancora popolato di uomini che s’indignano per l’esistenza della parola “femminicidio”.  Ed ecco, se anche qualcuno di voi crede che si tratti solo di un termine che significa “uccisione di femmina” vi rimando a fonti più autorevoli che colmeranno questa lacuna e alla penna di Jasmine Mazzarello.

Insomma, questo non è il mondo che vorrei, ma questo articolo è un piccolo mattoncino, il primo di una lunga serie, che può servire a farmi più vicino il sogno di costruire il mondo che vorrei. Io sto cominciando a raccontarmela giusta, a riconoscere nello specchio tutte le cose che mi hanno fatto cadere addosso gli altri e tutti i lividi di una vita in cui fino a poco tempo fa non mi rendevo conto di essere stata discriminata più volte, una vita in cui ora mi sento uccisa tutte le volte che un’altra donna viene ammazzata, in cui mi si apre uno squarcio nella pelle tutte le volte che qualcuno cerca di farmi credere che esista un modo giusto di essere una “vera donna”.

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