Vite disconnesse (dalla rete)

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Se un tempo le dipendenze erano facilmente individuabili in oggetti reali e concreti, come un pacchetto di sigarette al giorno o un bicchiere di vino di prima mattina, nell’epoca della digitalizzazione anche le dipendenze hanno abbandonato i supporti analogici per diventare sequenze di zero e di uno. Se fino a poco tempo fa al nostro organismo bastavano cibo ed acqua per mantenersi in vita, oggi nelle nostre vene oltre al sangue scorre l’invisibile flusso di una rete wi-fi, fondamentale per mantenere connessi tutti i nostri organi alla vita.

Offline3-01Le cose che spaventano maggiormente l’uomo post-moderno, infatti, non sono di certo le catastrofi naturali, i flussi migratori, la criminalità organizzata o gli sproloqui di qualche europarlamentare della Lega. La più grande paura dell’epoca contemporanea è un breve messaggio, di poche lettere, che di tanto in tanto compare sui nostri dispositivi: impossibile connettersi alla rete. Quattro parole da leggere tutte d’un fiato, prima che questo venga meno a causa dell’aumento della frequenza cardiaca e della sudorazione incontrollata. Sentiamo prima molto caldo, poi improvvisamente freddo, iniziamo a fare piccoli movimenti frenetici con la testa, da destra a sinistra e viceversa come a dire ‘non è possibile’, e intanto con la mano spostiamo il telefono nell’aria sperando in una qualche positiva congiunzione astrale. Eccoci entrati in modalità offline, una parola in grado di gettare nello sconforto intere generazioni di nativi digitali e social addict sempre con lo smartphone in mano, ma che talvolta può rivelarsi più efficace di una potente pastiglia contro il mal di testa.

Vi è mai capitato di andare in vacanza all’estero scegliendo di non fare una di quelle comode tariffe che per 3 euro al giorno ti permettono di navigare liberamente sul web anche lontani dalla madre patria? Vivere una vacanza in questo modo, senza connessione ad Internet sempre a disposizione, oltre a essere terribilmente retrò, ci ricorda che senza rete non siamo più in gradi di fare nulla. Con uno smarphone disconnesso tra le mani, le cui funzionalità si riducono praticamente a quelle di un Nokia 3310, diventiamo incapaci di trovare la strada di casa, scegliere un ristorante raffinato nel quale mangiare, rispondere ai nostri dubbi improvvisi, sostenere conversazioni culturalmente impegnate e scoprire in breve tempo come si cucina un uovo in camicia in 5 mosse.

Per sopperire a tutte queste mancanze, allora, decidiamo di prendere il telefono in mano e, come avventurieri in cerca d’oro, iniziamo a muoverci per le vie della città alla ricerca di una rete wi-fi. Ladri d’impalpabili codici digitali rubiamo chiavi d’accesso e password private senza guardare in faccia nessuno, spinti dall’irrefrenabile bisogno di condividere quello che stiamo facendo non con la gente che è in vacanza con noi, ma con tutto il resto del mondo: #guardacomemidiverto.

– Usi sempre cosí tanto il telefono?

– Cosa..?

– Tutte le volte che passo hai il telefono in mano, lo usi sempre così tanto?

– No…ehm…forse

Questa conversazione tratta dalla ventiquattresima stagione della mia vita, e avvenuta qualche settimana fa quando, annoiato da un interminabile attesa, mi ero eclissato dalla realtà con lo sgarro fisso sullo schermo del mio telefono.

– Io sto provando a smettere sai, cerco di utilizzarlo sempre meno, mi controllo.

Ecco che a riportarmi alla realtà è una giovane ragazza in piena fase di disintossicazione digitale che mi fa notare che dovrei alzare di più lo sguardo e smetterla di fissare assiduamente quel ipnotico schermo touch screen. Una cosa semplice, che sappiamo molto bene ma che spesso dimentichiamo di fare. Grazie alle sue parole in quella giornata anche io ho cercato di limitare la mia dipendenza da connessione, ma quanto è difficile vivere disconnessi. Nell’attesa che Allen Carr pubblichi un libro dal titolo ‘E’ facile smettere di essere online‘ io intanto puntualmente ogni giorno ci ricasco.

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