Chi era Vivian Maier ?

Vivian Maier

“Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero” diceva Wim Wenders e, forse mai come per questa storia, queste parole acquistano un senso profondo. Quella di Vivian Maier è la singolare storia di una normalità divenuta unica nel tempo, la prova di una passione che diventa testimonianza di un mondo smarrito nel passato, volti e attimi catturati con la naturalezza che solo il talento possiede. Uno struggente esempio d’immortalità, nella sola forma accettabile, di cui il mondo si accorgerà solo dopo la sua morte nel 2009. Ma chi era Vivian Maier ? Dieci indizi:

Vivian Maier: uno dei Selfie

  1. la Francese: Vivian nasce il 1 febbraio 1926 nel piccolo paese francese di Saint-Bonnet-en-Champsaur (250 abitanti), e arriva negli Stati Uniti negli anni ’30. Vive per alcuni anni a New York lavorando come commessa in un negozio di caramelle per poi trasferirsi a Chicago, dove viene assunta come bambinaia in una famiglia del North Side.
  1. la Bambinaia: già, a volte la bellezza non nasce dalle cose, ma dallo sguardo sulle cose. E lo sguardo di Vivian era in grado di afferrare ed esaltare la bellezza di volti e scorci di strada con un talento grande, e forse inconsapevole. Perché appunto di mestiere, faceva la bambinaia. “Ho fotografato i momenti della vostra eternità perchè non andassero perduti”, scrive la Maier in una lettera ai suoi bambini, ormai cresciuti. Un colpo del destino ha salvato quei momenti dall’oblio, e li ha restituiti all’eternità.
  1. l’Anonima: tenendo la sua Rolleiflex 6×6 appesa al collo spesso faceva foto senza che nessuno se ne accorgesse, perché, non dovendo alzare l’obbiettivo e guardare nel mirino, era libera di scattare anonimamente. Il risultato delle foto era un soggetto preso dal basso verso l’alto e ciò gli conferiva un aspetto possente. Il numero di scatti di Vivian pare sia intorno ai 120.000 scatti più 700 rullini ancora da sviluppare.

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  1. la Spia: niente figli né relazioni, un curioso accento francese, e cambiava spesso famiglie. Faceva il suo lavoro e nel weekend spariva (a fotografare naturalmente). Usava nomi diversi, adottati per mania di riserbo o magari celando il desiderio di una vita diversa. Quando qualcuno le chiedeva come si chiamava, lei rispondeva: “V. Smith”, e a chi le chiedeva perché non usasse il suo vero nome, diceva: “Sono una sorta di spia”.
  1. la Giramondo: nel 1959 comunica ai suoi datori di lavoro di voler fare un viaggio di otto mesi intorno al mondo. Da sola chiaramente. Così, perché le andava di farlo. Le tappe della sua vacanza furono tante: Los Angeles, Manila, Bangkok, Pechino, Egitto, Italia, e il sudovest dell’America. Collezionando foto e materiale. Collezionando il mondo.
  1. la Riservata: maniaca, collezionista, misteriosa, socialista, femminista e anti-cattolica. Appassionata di cinema europeo, imparò l’inglese andando a teatro, vestiva abiti e scarpe da uomo e indossava grandi cappelli. Non si hanno notizie veritiere sul suo carattere e personalità, se non le trasposizioni nei suoi scatti. La riservatezza era una costante. In ogni casa dove prestava servizio chiedeva un lucchetto per la sua camera, in modo da nascondere il proprio segreto.
  1. la Pioniera: i lavori di Vivian mostrano una delicatezza ed una ironia molto bressoniana. E, se nei ritratti emerge una toccante capacità di definire, con la luce, storia e carattere di una persona, è nella fotografia di strada che si definisce al meglio, con una forza espressiva fatta di humor e coraggio, e una capacità di cogliere l’attimo in pura freschezza. Quello che Cartier-Bresson definiva “il momento decisivo”, quell’istante unico in cui tutti gli elementi sono in armonia. Un talento precursore di una futura tendenza che conosciamo oggi come “street photography”.

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  1. la Mamma dei selfie: già, i primi selfie della storia della fotografia sono attribuibili a lei, ma con uno scopo ben diverso. Non quello di mettersi in mostra, data la sua riservatezza maniacale, ma per sottolineare quanto anche lei fosse parte integrante di quel mondo che le passava davanti all’obiettivo, alla continua ricerca del senso profondo delle cose e della sua stessa esistenza. Fotografava ciò che vedeva e come lo vedeva, con dettagli che raccontavano “il tutto”, senza sbavature, senza una composizione studiata a tavolino. Senza hashtag naturalmente.
  1. la Sconosciuta: tutto questo lo dobbiamo a John Maloof, l’altro protagonista di questa storia, un giovane di Chicago che, nella ricerca di fotografie per l’illustrazione di un libro si aggiudica in un’asta il contenuto di una cassetta di deposito abbandonata. Una mole enorme di materiale che nasconde una scoperta: anche all’occhio relativamente inesperto di Maloof, la qualità delle fotografie risulta sorprendente. John così scopre l’esistenza di Vivian e di quel suo mondo che, tenuto nascosto agli occhi di tutti per anni, comincia così a ricostruire paradossalmente quando la stessa muore nel 2009. Tutta l’avventura è ben documentata nel biopic “Finding Vivian Maier” che riassume tutta la storia.
  1. la Ripudiata: già perché John ha fatto molta fatica per far conoscere ed accettare Vivian all’interno del panorama culturale e artistico dei grandi fotografi. Vivian è tutt’ora per molti una sconosciuta e non c’è nulla che le attribuisce un valore d’importanza mondiale, se non i suoi stessi scatti. Il MoMA e la Tate Modern si rifiutarono ai tempi di collaborare e esporre i suoi lavori. A distanza di anni e di esposizioni in musei minori, Vivian ha accumulato fascino e rilevanza, ma la strada per entrare nel gotha è ancora impervia.

Vivian Maier

Ci sono persone che amano sbandierare la propria attività ed altre che sono più riservate ed estremamente modeste: questione di natura, di sensibilità diverse. Ritengo queste ultime doppiamente grandi, per le loro opere e per la loro dimensione umana. Non è chi grida più forte, per fortuna, che spesso si afferma. Così è stato per questa fotografa. Vivian non vuole insegnarci niente, non le interessa delle foto degli altri, ne della scuola di pensiero corrente o delle mode. Non deve rispondere a clienti ne ha una progettualità economica, artistica o produttiva. La sua è pura poesia della sua testa. Punto. Una storia arrivata dal passato, in continuo divenire, che dichiara che altre Vivian possono ancora essere scoperte, nel buio silenzioso di un deposito o una cantina.

E se prima lo sapeva solo lei, ora tutto il mondo sa che nell’olimpo dei grandi fotografi c’è una bambinaia morta povera a cui piaceva scattare fotografie.

 

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